Si va spediti verso elezioni anticipate, questo è il sospetto di cui ha parlato ieri Massimo D’Alema. Sarebbe l’unico modo di dare un senso a questo caos, in effetti. E non si tratterebbe di elezioni ordinarie, ma di una scelta radicale sul modello di Repubblica da costruire: presidenzialismo, elezione diretta di un capo, sì o no.
Tutto procede come prima, dicono altri. Tutto s’aggiusta, suggeriscono sornioni. La rottura nel Pdl sarà riassorbita in un modo o nell’altro. A parte il mercato delle vacche per controbilanciare la non modica quantità di deputati che vanno con il presidente della Camera, c’è anche il gustoso dettaglio dei ministri, viceministri e sottosegretari finiani che cambiano gruppo parlamentare ma restano al loro posto, invitati caldamente dal premier a non abbandonare la missione comune. Tutto in ordine, quindi. C’è stata una lite, due leader si sono separati, hanno divorziato “togliendosi un peso dallo stomaco”. Le tifoserie sono aux anges, al rinfocolatore un po’ scemo brilla l’occhio, il vaffaday del Cav. è finalmente arrivato.
Le cose non stanno propriamente così. Se c’è del metodo nella follia del Cav., ha ragione D’Alema. Il sistema era entrato in confusione già prima della lite. Berlusconi è una anomalia intollerabile per i poteri costituiti. Quando ha toccato il cielo del consenso trasversale con un dito, mettendosi il fazzoletto dei partigiani e parlando il 25 aprile a un’Italia terremotata che vedeva in lui il salvatore, l’uomo del fare, il politico outsider che si riclassificava come rassembleur, come simbolo per tutti, è scattata la reazione. Prima gli scandali sulla vita personale del presidente del Consiglio, il romanzo di Casoria e di Villa Certosa e di Palazzo Grazioli, poi la bocciatura dello scudo costituzionale detto lodo Alfano e il rilancio su vasta scala della guerriglia nera delle procure: obiettivi apertamente politici, suffragati da ondate di origliamenti e intercettazioni, accuse che hanno un sapore morale e civile ma non penale, come “cricca”, “associazione segreta”, la Sputtanopoli che scorre sotto i nostri occhi da mesi.
Berlusconi ha incassato, si è difeso in modo non sempre brillante, ha cercato di far fronte con onore alla continuità istituzionale della politica estera (G8), della politica di sicurezza (l’offensiva di Bobo Maroni sull’immigrazione clandestina e, soprattutto, sulla criminalità organizzata), della politica economica (la manovra di Tremonti), si è infine impegolato nella battaglia sulla privacy senza un accordo con l’opposizione, sollecitando resistenze, mettendo in moto ambizioni sbagliate.
Ora il filtro debole del “legittimo impedimento”, il provvedimento che consente al capo del governo di non fare il mestiere di imputato, rischia di saltare per decisione della Corte costituzionale, e in tempi ravvicinati. Sulle intercettazioni telefoniche e ambientali è in atto una rassegnata ritirata del fronte garantista, dopo molte commedie degli equivoci più o meno interessati. La riedizione in versione di legge costituzionale dello scudo per le massime cariche dello stato è una vaga e precaria ipotesi. Così come il cosiddetto “processo breve”, l’idea di tagliare con la scure i processi “politicizzati”, e insieme con loro di amnistiare molti dibattimenti che vanno oltre la giusta misura di un regolare processo. Si sono fortemente ridotti i margini per grandi obiettivi strategici di legislatura, come la riforma della giustizia, il federalismo fiscale, la riduzione delle tasse, le liberalizzazioni. A tutto questo bisogna aggiungere che il Partito democratico ha già mollato l’ancoraggio dell’alternanza di governo, e si è rimesso, nella sua maggioranza, alla tattica del ribaltone, cioè dei governi di transizione o istituzionali o del presidente, che nascono in Parlamento alle spalle e contro il verdetto elettorale.
Avrebbe un suo senso a questo punto prendere atto del fatto che non si possono far più convivere due soggetti istituzionalmente e storicamente antagonisti: la Repubblica parlamentarista, sia pure riformata dallo spirito maggioritario e dalle sue norme, e la Repubblica presidenziale virtuale che è l’effetto della ben reale presenza e durata dell’anomalo fenomeno rappresentato da Silvio Berlusconi e dal suo movimento populista. E’ un gioco pericoloso, che nasce non da un accordo, da una riflessione, da una esigenza freddamente rappresentata e calcolata, ma da un risorto spirito di fazione, di rissa, da una frattura nella maggioranza di governo e dall’impotenza creativa dell’opposizione, in un paese drammaticamente segnato dalla incalzante e oscura iniziativa di poteri cosiddetti neutri, le magistrature e i media in primo luogo, che fanno a gara nell’intorbidire le acque e nel favorire pulsioni forcaiole da stato di polizia.
Tuttavia, pericoloso o no, il bisogno di riportare a un qualche significato comprensibile un caos che ingurgita la capacità di funzionamento del governo e del ciclo istituzionale è innegabile. Berlusconi poteva giocare tutte altre carte, di stabilizzazione e di egemonia politica nel sistema. Ma la sua logica, innescata dalla ricezione follemente provocatoria del suo ruolo e del suo potere attraverso il consenso, è tornata ad essere quella del passaggio di crisi in crisi. Nuove elezioni sembrano l’unico sbocco realistico.
© - FOGLIO QUOTIDIANO

Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui