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Che cosa cela la schermatura di una fotografia di bambino?

La bambina di Pierferdi oscurata per un eccesso bigotto di tutela

Dati e opinioni sull’abitudine di cancellare lo sguardo dell’infanzia (ma non quando serve commercialmente)

C’era la cosiddetta “foto del morto” e la cosiddetta “foto serena”, cioè la foto di un bambino o più bambini o di un padre e una madre con un bambino (meglio se in spiaggia o su un sentiero di montagna, con contorno di pane e prosciutto, cestini, palette e secchiello). Questo racconta chi ha cominciato a fare il giornalista negli anni Sessanta, e cioè che l’aspirante cronista doveva sapersi procurare una foto del cadavere per illustrare il fattaccio del giorno, ma doveva al contempo conoscere l’importanza della “foto di bambino”. La foto di bambino era sempre sinonimo di gioia, rassicurazione, bei tempi. Un’anestesia rispetto alle brutture della cronaca nera (o politica).

Oggi siamo quasi all’opposto. L’immagine (seppure parziale) di un incidente, di una rissa con feriti, di un qualsiasi orrore italiano o internazionale provoca minor scandalo e riprovazione della raffigurazione senza schermatura degli occhi di un bambino in età scolare ritratto in un contesto familiare o ludico, non certo in braccio al boss della ’ndrangheta o come testimone di un fatto di cronaca o come vittima di abusi, ché in quel caso la schermatura tramite pecetta nera e addirittura il divieto di pubblicazione si spiegano da soli, oltreché con l’ausilio del codice di procedura penale, del codice sulla privacy del 2003 (non rendere note le generalità del minore o altri dati identificativi qundo si diffondono provvedimenti dell’autorità giudiziaria) e del codice deontologico dei giornalisti del 1996, articolo 7 (il “diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca”; salvo motivi di “rilevante interesse pubblico e fermo restando i limiti di legge”).

Accade però che la schermatura sul volto del minore appaia in casi di lampante assurdità (bimbi al parco giochi con i genitori o al mare). Sembra che il minore sia diventato oggetto di un riflesso condizionato collettivo di nascondimento e iperprotezione, di un impazzimento che porta a vedere il bambino come preda, comunque e ovunque, di chissà quale orco pedofilo o mostro nascosto al mercato o pulsione torbida o movimento losco su Facebook. Anche a costo di entrare in contraddizione: i bambini della pubblicità, senza pecette sugli occhi, continuano indisturbati a correre per i campi prima della merenda o a provare macchine con i genitori per lunghi viaggi in station wagon. Va bene che il genitore firma la liberatoria, ma che differenza c’è tra il bambino esposto allo sguardo nello spot e quello esposto allo sguardo sulla pagina di giornale, sempre che il contesto resti “positivo”, come dicono i giuristi dell’Autorità Garante per la Privacy?.

Se un Pier Ferdinando Casini estivo va al mare con la figlia, ecco che sul quotidiano la figlia appare schermata da una pecetta nera o da un effetto-pixel in dissolvenza, e questo nonostante la recente campagna elettorale di Casini avesse come segno distintivo una serie di manifesti “di famiglia” ritraenti Pier Ferdinando con prole e senza alcuna schermatura. Interpellato in proposito, oggi Casini dice che in quel caso la sua famiglia “gli si è stretta intorno” per aiutarlo “in un momento di difficoltà politica”, e per questo la moglie “aveva dato il permesso” di far comparire la figlia senza pecetta. Diverso, dice Casini, il caso della foto sul giornale: “In generale io e mia moglie siamo d’accordo sulla schermatura”. Sulla linea Casini si attesta Alessandra Mussolini, presidente della Bicamerale per l’Infanzia (“non è giusto mostrare il minore, specie in un’epoca in cui si possono fare dappertutto foto con i cellulari per poi postarle su Facebook. Il bambino va difeso anche a costo di un no generalizzato. Ci possono essere eccezioni, io stessa ne ho consentite in caso di foto non in primo piano dei miei figli, ma bisogna alzare un muro di fronte a patologie sociali veicolate tramite Internet”). 

Eppure resta l’impressione che non siano così diversi, nella sostanza, il caso del bimbo esposto senza troppi problemi in pubblicità o in politica (dietro liberatoria) e il caso del bimbo raffigurato in spiaggia con mamma e papà. E si ha l’impressione che prevalga, più che la legge, il riflesso condizionato che porta a occultare il minore visto e vissuto ossessivamente come preda. Perché poi, andando a ripescare le norme che regolano la raffigurazione fotografica del minore, si scopre che non è la legge a obbligare indiscriminatamente alla pecetta.

All’Autorità garante per la privacy
gli esperti invitano il cronista ad andarsi a rileggere l’articolo 16 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989 – “Nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza, e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze…” (la norma si rifà alla più generale Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948). Dalla Convenzione Onu si arriva alla Carta di Treviso (stilata nel 1990 e rinnovata nel 2006), documento che impegna i giornalisti a norme deontologicamente corrette nei confronti dei minori. L’idea di base è di prevedere tutele “per garantire l’armonico sviluppo della personalità dei minori in relazione alla loro vita e al loro processo di maturazione”. Dunque “…in tutte le azioni riguardanti i minori deve costituire oggetto di primaria considerazione ‘il maggior interesse del bambino’”. Si aggiunge poi che “le disposizioni che tutelano la riservatezza dei minori” si fondano “sul presupposto che la rappresentazione dei loro fatti di vita possa arrecare danno alla loro personalità”.

Poi però si specifica: “Questo rischio non può sussistere quando il servizio giornalistico dà positivo risalto a qualità del minore e/o al contesto in cui si sta formando”. Ed è a questo punto che entra in scena la pecetta. Una foto di bambino con genitore al mare è una foto in contesto “positivo”, perché dunque schermarne il volto? Dice Mauro Paissan, membro dell’Autorità garante per la privacy e autore del libro “Privacy e giornalismo”, che “il garante non è mai intervenuto per imporre schermature in casi in cui il desiderio di schermatura dimostra bigottismo o un eccesso di autotutela, della serie ‘se schermo non sbaglio né sul piano della privacy né su quello del copyright’”. Così si passa “dalla tutela al tabù”, dice Paissan, che fa l’esempio di “Francesco Totti all’Olimpico con il figlio con la faccia rovinata dalla schermatura, un eccesso che non rappresenta un passo in avanti a favore dei bambini, anzi. E’ come se fosse subentrata una morbosità nei confronti del minore per cui il minore va comunque nascosto. Abbiamo anche scritto all’Ordine dei giornalisti per chiarire la questione: in contesti positivi o neutri la schermatura non è necessaria. Fermo restando il divieto di pubblicazione in casi di processi ai minorenni o violenza sul minore”. Paissan trova poi “fessa” l’abitudine di schermare i neonati: “A parte il fatto che dopo tre mesi i tratti del volto sono già diversi, il punto è sempre il contesto positivo: in quel caso la schermatura è assurda. Per non parlare di chi ha sporto denuncia perché una persona in piscina aveva fotografato, tra le altre cose, dei minori, come se ci fosse sempre latente il rischio di pedopornografia”.

Pier Ferdinando Casini troverebbe rassicurazioni a pagina cinquantacinque del libro di Paissan, dove si parla di “immagini che ritraggono personaggi noti insieme ai loro figli, ad esempio nel contesto di un servizio che voglia testimoniare il rapporto positivo tra gli stessi” (la pecetta sarebbe eccessiva, appunto). Sandra Zampa, capogruppo pd in commissione Infanzia alla Camera riflette sull’argomento e dice: “E’ vero che si tende a vivere la realtà come sempre più patologica, e che un di più di normalità aiuterebbe – per esempio per i minori ritratti con i genitori in vacanza – ma è anche vero che il genitore percepisce un pericolo proveniente dal mondo dei media, così potenti e pervasivi da far scattare un istinto di iperprotezione. Senza voler pensare a casi drammatici, anche la pubblicazione delle foto di Chelsea Clinton, con il sottotitolo di ‘bruttina’, può aver creato danni in una fase delicata della crescita. Capisco quindi la ratio del ‘no’ alla pubblicazione, anche se credo che gli anticorpi ai possibili eccessi fotografici vadano trovati nella società, senza confidare in divieti generalizzati”. “Oltranzista sulla tutela della privacy del minore” si definisce invece Isabella Rauti, oggi consigliere regionale pdl e fino a poco tempo fa capo dipartimento al ministero delle Pari opportunità con occhio fisso sull’infanzia: “Meglio l’eccesso di tutela, meglio schermare anche in condizioni di normalità. Io stessa ho preferito che nelle foto mio figlio venisse sempre schermato anche quando lui avrebbe voluto il contrario. E ho sofferto quando sono state pubblicate foto rubate”. Lo psicanalista Umberto Silva trova che “protezionismo e laissez faire siano contigui. Entrambi negano il diritto alla differenza. Il figlio non è attributo del genitore. Se un giorno, crescendo, si conquisterà il diritto alla foto sul giornale sarà per le sue imprese. Quello di figlio è uno statuto che va coltivato nella solitudine e nell’inappartenenza. Usciamo dal gioco mediatico dei predatori che sono anche prede e viceversa”.

Fatto sta che ciò che sempre più, dai non addetti, viene considerato necessario (la pecetta), è visto come “eccesso di zelo paranoico” da un funzionario dell’Authority che non desidera essere citato per nome: “Con l’iperprotezione fotografica si mette il bambino in posizione di essere sempre più un ricettacolo di nevrosi dell’adulto. Che si schermi per coda di paglia?”.

di Marianna Rizzini

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