IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
accesso abbonati
ArchivioLa giornata

Proposte al Cav. e a Fini per razionalizzare la convivenza nel Pdl

Per Fabrizio Cicchitto le correnti sono da abolire, urgono invece i congressi, il tesseramento e più dialettica interna

E’ la prima volta che un dirigente berlusconiano avanza con chiarezza una proposta di convivenza politica nel Pdl che riguardi anche Gianfranco Fini. Fabrizio Cicchitto analizza la natura dei rapporti con il cofondatore, con gli ex colonnelli di An e stigmatizza “il pericolo di una correntizzazione del partito”. La soluzione: “Congressi comunali e provinciali entro l’anno, congresso nazionale nel 2012, tesseramento, costruzione del partito sul territorio, riconoscimento della esistenza di una dialettica interna”. Con una richiesta però: “Fini deve essere capace di separare il proprio ruolo politico di minoranza all’interno del Pdl da quello di presidente della Camera. La terza carica dello stato deve essere super partes in ogni direzione. Fini non può dare mai l’impressione di svolgere il suo ruolo istituzionale in funzione di quello di capo della minoranza interna al Pdl. Dico ciò anche con l’obiettivo della valorizzazione della sua carica”.

La conflittualità interna “va frenata subito. Attraverso una regolazione del confronto politico: da un lato deve trovare soddisfazione la legittima volontà della maggioranza del partito di tenersi unita intorno alla leadership carismatica di Silvio Berlusconi e alla sua azione politica, dall’altro va riconosciuto a Fini il diritto di esprimere una autonoma posizione politico-culturale”. Avvertenza: “Non ci deve essere una frantumazione in correnti”, cosa che vale anche per la ex FI. “Le posizioni di Fini sono da rispettarsi purché esse non degradino, da parte sua e dei suoi amici, in uno stillicidio quotidiano di battute polemiche che danno ai nostri elettori una immagine pessima del Pdl. Qualora prevalesse la tendenza alla conflittualità permanente essi rischierebbero di apparire solo dei guastatori e farebbero disperdere anche il valore delle tematiche sostenute sul Secolo d’Italia, che non condivido quasi mai, ma che hanno un loro spessore. Nel caso che prevalesse la tendenza polemica l’impressione che se ne ricaverebbe sarebbe quella di una corrente che ha ‘pas d’ennemi à gauche’ e che organizza le sue forze in vista di una scissione. Partendo da questa scelta il confronto va armonizzato all’interno degli organismi democratici”.

“Per un verso il Pdl è un partito a conduzione carismatica, sancita anche dal suo statuto. Per altro verso, su una serie di materie di carattere specificamente politico-programmatico, la sovranità decisionale deve essere affidata agli organismi dirigenti. Oggi questa struttura di partito deve misurarsi con l’esistenza di un dissenso interno di un certo rilievo. Questo dissenso mette in evidenza l’esistenza di una differenziazione politica sia sulla gestione del partito, sia sull’approccio a una serie di temi (in primis la cittadinanza, la bioetica, i rapporti con la Lega e così via) che di fatto ha prodotto degli schieramenti: da un lato Berlusconi, la ex FI, una maggioranza di An fondata sui cosiddetti ‘colonnelli’, dall’altro lato Fini, la minoranza di An, qualche cattolico (Pisanu) e qualche radical liberale di FI (Della Vedova). Ora a nostro avviso l’esistenza di questo fatto per molti aspetti imprevedibile (nessuno poteva immaginare che l’originario leader della ‘destra’ scegliesse una collocazione di ‘sinistra’ nel Pdl) va razionalizzato”.
Va riconosciuta a Fini una co-leadership di minoranza? “Le uniche alternative sono o la sistemazione del dissenso in un quadro di regole, o la separazione. La ‘guerriglia’ logora tutti. L’unica via per mantenere in piedi il Pdl nella sua attuale configurazione politica è la seguente: da un lato Berlusconi deve essere libero di esprimere il suo ruolo carismatico, deve fondare la sua azione politica e di governo in funzione del ‘fare’ e della modernizzazione dello stato e della società italiani. Dall’altro lato egli deve avere la consapevolezza di dover fare i conti, all’interno delle strutture di partito, con una minoranza. Fini deve impegnarsi a scindere questa scelta politica dal ruolo super partes di presidente della Camera, e a riconoscere le scelte fatte dalla maggioranza. Operazioni certo non facili, ma obbligate”.

Ma non c’è solo Fini.
Il cofondatore è uno degli aspetti della questione che attraversa il Pdl. Un partito dove si moltiplicano le fondazioni e le correnti. “Come è stato detto da Berlusconi, in tutti questi anni FI è stato uno strano partito monarchico-anarchico. Al contrario An, invece, è stato un partito caratterizzato dall’esistenza di un forte leader, ‘circondato’ da forti correnti politiche. Adesso, come abbiamo visto, le cose si sono ulteriormente complicate perché è emerso un dissenso. Da un lato va arbitrato e regolato il confronto fra la maggioranza e la minoranza. Dall’altro lato, però, c’è anche una questione costituita dal fatto che le varie anime di An hanno da sempre una loro coagulazione organizzativa, mentre invece in FI albergano più fondazioni culturali (alle quali proprio in questi giorni si è aggiunta Liberamente) ma non correnti organizzate. Non credo nella positività del fatto che a sua volta l’area della ex FI si disarticoli in più correnti di fatto: ma è quello che può avvenire. Bisogna lavorare perché ciò sia evitato. Sarebbe più auspicabile una grande tendenza espressa dalla storia di FI alleata con i dirigenti di An che si riconoscono nella leadership e nella linea politica di Berlusconi”.

A Fini viene chiesto di collaborare alla scrittura di regole certe ma che, allo stesso tempo, garantiscano anche il premier nella sua capacità di governare. “Se si vuole provare a sperimentare la via dell’accordo allora l’unica via, partendo da questi presupposti reciprocamente esplicitati, è quella dell’esercizio delle regole tipiche di un partito insieme carismatico e democratico. Nessuno può contestare a Berlusconi l’esercizio della leadership, che è una fondamentale risorsa per il Pdl. Nel contempo all’interno del partito va sviluppato un chiaro confronto politico sulle questioni controverse. Ciò vuol dire che l’unica via è quella costituita dal confronto e dal voto negli organismi dirigenti. Vuol dire che nelle sedi istituzionali (Parlamento, consigli regionali e comunali), il deliberato preso a maggioranza viene seguito da chi è andato in minoranza”.

Ma in pratica che cosa si deve fare? “Tutto ciò richiede che sia completata e pienamente realizzata la costruzione del Pdl come partito esistente capillarmente sul territorio (dai piccoli comuni alle provincie alle regioni) e come soggetto caratterizzato da una vita democratica secondo regole precise”. E’ quanto chiede, tra le altre cose, anche il cofondatore. “Per far vivere il Pdl nell’immediato è indispensabile aprire il tesseramento, che è un modo per aggregare il consenso dei singoli, e puntare a fare entro l’anno i congressi. Inoltre su una serie di questioni di merito e anche sulle questioni di fondo della vicenda politica è auspicabile che le varie sedi nazionali, regionali, provinciali e locali del Pdl siano aperte a un dibattito politico-culturale che è fortemente richiesto da gran parte dei militanti del centrodestra che sono ‘affamati’ di partecipare alla discussione politica e che sono migliori di quello che crede una parte del gruppo dirigente. Se questo vuoto non viene in qualche modo riempito c’è il rischio che il Pdl venga vissuto solo come una fabbrica di organigrammi o come uno strumento elettorale. Ciò spiega anche le ragioni della esistenza di molte fondazioni che, di per sé, svolgono un ruolo positivo. Bisogna però stare attenti che se non esistono sedi nazionali e locali di partito nelle quali discutere, alcune di esse alla lunga possono tradursi in correnti. Qualche segno in questo senso è emerso anche nei giorni passati. Il rischio sarebbe quello di una frammentazione che da organizzativa potrebbe rapidamente diventare politica”. Infine: “E’ evidente che questo dibattito sul partito deve intrecciarsi con la riflessione e l’iniziativa sulle grandi questioni, la crisi internazionale, la politica economica, i blocchi sociali, il rapporto nord e sud e l’alleanza concorrenziale con la Lega, l’esistenza di una rinnovata offensiva giustizialista: in sostanza bisogna affrontare l’anomalia italiana”.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

Sito certificato Audiweb

Web Design: Vai al sito di Area Web     Hosting: Vai al sito di Bluservice     Advertising: Vai al sito della divisione WebSystem del Sole 24 Ore

Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui