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Il Cav. e l’immagine politica

Perdere la faccia, nell’arte di governo, è l’unico modo per essere un capo

Parliamo dell’Italia 2010. Di una Repubblica parlamentare in cui l’alternanza alla guida dello stato e la prevalenza delle personalità individuali sulla leadership collettiva dei partiti sono cose recentissime. Di un sistema fondato sulla rete dei poteri neutri, togati e varia altra specie, che condizionano crudelmente via Costituzione la politica delle maggioranze elette. Di una società in cui l’adorazione populista per il talento folle e noncurante di un imprenditore fattosi uomo politico, adorazione da noi fantozzianamente condivisa oltre ogni decenza, si bilancia con forme di avversione ideologica e di odio personale  psicologicamente belluine verso i vincitori delle elezioni.

Di un circuito dei media e dei magistrati in cui più si parla in pubblico più si denuncia un bavaglio, più si perseguitano le libertà civili più si danna la tremenda costrizione in cui languirebbe la giustizia penale obbligatoria nella sua funzione d’accusa. Di un paese in cui un editore televisivo produce per scopi commerciali il Grande Fratello, e quelli che per questo lo odiano e gli imputano di aver corrotto il gusto degli italiani, il Grande Fratello glielo fanno in casa sua per scopi politici.

Ora, in codesto benedetto paese,
il Cav. ha molte facce e tutti i giorni ne perde una vecchia, di un minuto prima, e ne acquista una nuova. Ma in realtà è un rigidone, e sulla tutela della propria immagine non transige, esige anzi una certa fissità. Fini? Non c’è questione sulla quale sia impossibile intendersi, eccetto il fatto che parla da dissidente, che vuole libertà politica nel partito di maggioranza, che osa sfidare il capo. Per questo i due non si telefonano, usano intermediari solforosi, ci mettono tanto di quel tempo a mettersi d’accordo, dopo le litigate e le sfuriate da lavandaie del recente passato, che alla fine potrebbero danneggiarsi entrambi mettendosi uno contro l’altro.

Tremonti? Il Cav. tutto sopporta, ma non che sia lesionata la sua capacità psicologica di rassicurazione e consolazione e adulazione nei confronti del popolo, ragion per cui se un ministro arcigno e rigoroso gli chiude i conti con molti tagli, l’Amor nostro si dispera, non si dà pace, soffre come una bestia e porta tutto sempre al calor bianco. Ma se solo Berlusconi si abituasse all’idea che i tempi e i modi di conservazione di un’immagine politica, e di una più sostanziosa leadership, sono diversi da quelli di una star dello spettacolo o del calcio, il suo e il nostro fegato sarebbero in condizioni migliori.

Giuliano Ferrara

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