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La voluttà d’intercettarsi in maschera

Un formidabile prontuario sugli spioni del Settecento veneziano compilato da Comisso

A un certo punto, in data 20 settembre 1539, a quelli del Consiglio dei Dieci della Serenissima vennero certe smanie – che secoli dopo, a giusta ragione, si sarebbero dette berlusconiane. Testuale, da apposita deliberazione: “Per molte previsioni che siano state fatte per questo Consiglio, non si ha potuto ancora far tanto che le più importanti materie trattate nelli Consigli nostri secreti, non siano intese et pubblicate, come da ogni banda se ne ha certa notitia, cosa veramente indegna et de quella grave giattura et danno al stato nostro che esplicar si possi maggiore ea più perniciosa, onde non è la lasciar intentato rimedio alcuno ch’escogitar si possa contro un tanto disordine…”. Insomma: quelli parlavano dei fatti loro, e dei fatti loro ogni veneziano veniva a sapere e ogni gondoliere faceva ciacole. E pertanto, la nobilissima adunanza decretava di nominare tre Inquisitori, presso i quali “si potrà presentar di haver contraffatto alle leggi et ordini nostri circa il propalar delle segreti”. Decisione che condizionò per sempre la storia della Serenissima – e i Dieci adunati a Consiglio forse lo sapevano, certo lo pretendevano.

E dunque: “Et la presente Parte sia letta
nel primo Consiglio di Pregadi et nell’avvenir sempre nel primo Pregadi di ottobre, et non di meno letta o non letta, haver debba la sua debita essecution” – senza nemmeno l’incombenza di un post-it giallo, un 29 luglio a Montecitorio o la generale sollevazione. Durò fino all’arrivo di Napoleone, il sistema degli Inquisitori veneziani, quando gli ultimi tre furono arrestati e trasferiti sull’isola di San Giorgio Maggiore, tra l’inutile dolersi e il sostanziale cedere del Doge, “a le leggi pesantissime xe stadi assoggettadi dei principali sovrani d’Europa, e fino al Sommo Pontefice, vicario di Gesucristo in terra, bisogna dunque che se rassegnemo anche Nu, e tanto più che xe sempre l’alternativa de ferro e fogo…”.

Nel 1941, Bompiani pubblicò un intrigante libretto, “Agenti segreti veneziani nel ’700 (1705-’97)”, curato da Giovanni Comisso, che scrisse anche un’intrigante prefazione (qui sopra). Il grande scrittore si era fatto storico, andando a frugare tra i faldoni degli archivi del governo della Serenissima, sotto la voce “Inquisitori di Stato” – migliaia e migliaia di delazioni, “in parecchie centinaia di buste dove le denunzie stanno raccolte per ordine alfabetico dei nomi dei confidenti” – che per oltre duecentocinquant’anni il sistema dei tre Inquisitori aveva ammucchiato, delazioni che i loro informatori facevano arrivare deponendole anche nella Bocca della Verità. Comisso puntò l’attenzione su quelle relative al Settecento, l’ultimo secolo di vita, quello della decadenza –  ché sempre meglio, gli anni delle decadenza, raccontano certo come un’epoca muore, ma anche come quell’epoca viveva. E l’occhio mediocre della spia (ma non sempre, c’è anche quello di Casanova), per conto dell’occhio del potere osservava e riferiva. L’occhio del potere restava minaccioso – ma sempre più inoffensivo, rapito da tutto ciò che intriga maggiormente nei periodi della decadenza: spiate su atti di sodomia, vesti di nobili dame, maschere o non maschere, voci dei caffè, gli spettacoli teatrali, il gioco d’azzardo, l’arrivo degli stranieri, i libri pericolosi, i tentativi di amoreggiare nelle chiese… Si fa un gran parlare, nelle spiate, di chi indossa il tabarro. Questo tabarro, che a quanto pare molto piaceva ai nobili, proprio ai “nobili huomini” era vietato, con tanto di deliberazione del solito Consiglio dei Dieci. Il nobile aveva la sua veste, “ch’è stata costituita dalle leggi”, e non poteva mutarla nel più pratico tabarrro, non poteva “andar licentiosamente vagando per la città”. Era l’antica dignità mutata in grottesco, così che l’apposito “Magistrato alle Pompe” (testuale) decretava e sorvegliava, “perché se in alcun tempo mai incorreste in simile delinquenza, habbiate a riportare severo et esemplare castigo”. Ovviamente, nessun nobile passò mai neanche mezzo guaio per l’irriverente tabarro ostentato, casomai si era imposto – per mirabile e indubitabile senso di giustizia, c’è da credere – ai proprietari ai caffè e di teatro di non farli entrare, “pena la vita”.

E così le spie annotavano che “il N. H. Ser Piero Cappello di San Giovanni in Laterano” dopo pranzo s’intrattiene, sotto le Procuratie Vecchie, “con musici e ballerini, vestito sempre in tabaro et in abito di color”, o che “S. E. Querini, Pantalonzino, alle ore 22 è passato per la Piazza in tabarro e cappello bordato d’oro”, e anche che “l’Ecc.mo Lunardo Sanudo, sta a S. Polo, alle ore 22 incirca era sotto le Procuratie Vecchie, in velada nera alla francese, calza bianca, perruca dolfina longa, con il cappello sotto il braccio e c’era S. E. Padre in veste, al fianco”. Così, il resoconto di spiate settimanali, “a norma dei Sovrani Comandi presento fedelmente a V.a S.a. Ill.ma i nomi di N.N. H. H. da me veduti, e osservati in tabarro nella Piazza di S. Marco nei giorni della passata settimana, cioè…”, e dettagliato elenco seguiva. Per fortuna – tanto per far sopravvivere gli Inquisitori alla noia sartoriale – arriva (s’intercettava, si potrebbe dire) anche roba più divertente. Il sesso, per esempio, in generale. Le vaganti mignotte. I preti arrapati. I nobili viziosi. I pranzi nelle case e nelle ambasciate. Le monache poco votate alla clausura. Una città che rimira, nei rapporti delle sue spie, il lento franare su se stessa. “Dalle monache di San Lorenzo dopo le ventitré ore si vedono di quei parlatori frequentati da maschere che vi dimorano per più ore, et a Santa Caterina ho osservato quei parlatori stare aperti fino passate le quattro della notte” – nottambule, le sorelle. E il gran mangiare dei gran nobili, gli Inquisitori spiavano. “In Nunziatura Pontificia sono rimasti tutti senza pesce, solo fu portato in tavola un branzino, che ritornò indietro per essere stato troppo vivo, che buttava duro, e mangiò altre cose, dei latticini”. Resoconti su resoconti, portate su portate. “… e la Marchesa Puzadina era sentata in mezzo al Nunzio e l’Ambasciatore di Spagna, e ambi la servivano. La cena era poco di allegro, solo due portate di sedici piatti…”, e tutto un aristocratico patire, pareva, intorno alle nobili tavolate, “ieri, che fu sabato in Corte dell’Ambasciator di Francia non si mangiò altro che ovi e erbe, perché non hanno potuto ritrovare nella pescheria pesce, l’Ambasciatore però mangiò carne come suo uso”.

Certo che pure le chiacchiere sulle pietanze o le indisposizioni di stomaco del Nunzio Pontificio possono venire a noia. Il letto, allora – e allora, come adesso; e forse niente poteva – e adesso, come allora, catturare interesse. Così c’è il dettagliato resoconto degli scandalosi amori di un tal nobile, di cui riferisce la spia più esperta, quel tal Manuzzi di cui parla, ammirato, anche Comisso. Dunque, ecco cosa scrive ai tre (che nel caso non si fatica a credere interessati) Inquisitori: “Mi raccontò il detto Giobatta come il N. H. Ser Almorò è innamorato del sopraddetto Francesco Crespi, detto il Conte, che lo tiene a dormire in una camera appressa, che mangia alla sua tavola, e coi suoi N.N. H.H. suoi figli, che lo manda nobilissimamente vestito, che gli dà venti ducati al mese, e che in casa ha dato ordini rigorosi perché da ogn’uno sia servito e rispettato come lui medesimo. Fra le quali cose, e stante le cognizioni che hanno, viene il detto N. H. tacciato di sodomia”. E non è finita, perché dato conto del fatale innamoramento del vecchio N. H. (da intendersi quale nobil uomo), la spia passa a illustrare la vita del prestante (c’è da sospettare) gigolò settecentesco: “Il sopraddetto Francesco qui nel Paese è sempre stato in concetto di soddisfare alle sordide voglie de’ sodomiti. La sua estrazione, per quanto dicesi, è gregaria. La sua patria, Monselice. Venuto in Venezia, anni sono, serviva, poscia girava per le bische e viveva oziosamente sulla Piazza. S’invaghì di lui S. E. abate Vincenzo Vecci e lo mantenne in tutto. Umiliai saranno due anni a questo Grandissimo Tribunale lo scandalo che dava tale amicizia. Non molto dopo passò il Crespi in Ca’ Giustinian dove vive, a quanto generalmente rilevo, morbidamente coltivando l’amore del sopraddetto Ser Almorò”.

E già che siamo ai preti – e di nuovo:
e ieri, e oggi, ecco che ci si lamenta di Monsignor Patriarca, che parecchio lascia correre sulla “vita scandalosa che viene tenuta da un gran numero di preti”, e ne viene fornito un variegato quadretto, con ecclesiastici diversamente applicati su vari fronti, “e rilevo di aver egli saputo esservi ai Frari una meretrice nominata la donna di Tiberio Palla, dalla quale frequenti notti dorme con lei un sacerdote che si chiama Don Lorenzo Rossi. Che vi è un tal Giuseppe Carrara, sacerdote di S. Paternian solito girare la sera in abito da prete sulla Piazza per i suoi detestabili fini. Che vi è poi un tal Don Giuseppe Gasparini da Castello, altro prete che si chiama Castello, ed altro Fra Domenico Lodoviti, i quali vanno girando la notte per la città e sulla Piazza, in abito da prete, rintracciando per soldi di soddisfare le brutali voglie de’ Sodomiti. Che vi è un tal Fra Vettor Frazzoni, il quale con una pubblicità scandalosa, di chiaro giorno, fa la spia ai birri, ed è quasi sempre in loro compagnia per far legare la gente”. E certo che Monsignor Patriarca, volendo, avrebbe avuto il suo da fare con tanto vorace gregge. E dove le voci non arrivano, lo sguardo stesso della spia si fa testimone: “In tal data alle ore 3 in circa della notte, dietro alla Sacrestia vicino al restelo di legno vidi da lontano due persone le quali pian piano le raggiunsi e con li occhi senza punto dubitare vidi un uomo di fresca età che adoperava un altro ad uso della sodomia. Ma non potei nel momento riconoscerli. Terminate le loro facciende rissolsi di inseguirli da lontano ma a metà delle Nuove Procuratie si staccarono baciandosi reciprocamente”. E per esempio, ecco cosa vide la stessa spia (che doveva essere assistita da ottima vista) tra una “certa Romanina, donna di partito” e “un canonico di San Salvador Nobile Veneto di famiglia Priuli”, in un camerino di un certo caffè: “Si spogliarono nudi, cosicché dopo l’avversi fatto ben percuotere dalla indicata con uno staffil di corda si mise collegato a terra e usando cose ributtanti colla medesima, terminarono le loro faccende con una serie di orrende esosità non degne d’essere a questo sacrario rappresentano” – e vien da pensare che il sacrario inquisitorio, invece, molto avrebbe gradito veder rappresentate le stesse. Senza contare i preti che non peccano di carne ma d’altro, e magari di peggio, e uno “parlava di religione in maniera tanto cattiva che egli ha creduto che il facesse per tirare in lingua le persone, per poi andare a denunziarle”.

Tutto si spia, si osserva, si resoconta.
Anche il grande Carlo Goldoni viene scrutato, nei teatri e nei caffè, essendo pure, questi caffè della Serenissima adeguatamente dotati di camerini “per aver comodo di trattenersi con delle femmine”. E pure Giacomo Casanova – molto spiato e (geniale) spia insieme. E appunto Casanova, “dicono che egli sii letterato, ma di una mente feconda di cabale (…) e con femmine, ritraendone degli illeciti vantaggi, essendo sempre stato suo costume vivere a spese altrui (…) ch’è stato la rovina del N. H. Ser Zuanne Bragadin, avendogli cavato molto denaro facendogli credere che venire dovesse l’Angelo della Luce”. E Casanova stesso che, irridente, si fa retribuire dagli stessi Inquisitori, inviando lunghe delazioni per dolersi (le risate si sentono a distanza di secoli) per “l’eccesso del lusso, le donne senza freno”, nientemeno, e fintamente inchinarsi: “Io Giacomo Casanova suddito di V.e E.e vengo supplice ad implorare, il raggio benefico dell’inviolabile loro giustizia, postrato dinanzi all’augusto tribunale…”. E intanto c’è quel tal milord inglese, accasato presso un nobile veneziano, che “ha portato seco e sono con lui ad alloggiare, e da lui mantenute varie donne di piacere, dicendosi che vi abbia in quel palazzo una specie di serraglio turchesco”. Poche le delazioni squisitamente politiche, come quella riferita su un tale udito dire che “quei non sanno governar se non delle pecore e delle puttane, che S.S. E.E. non studia altro che ad arricchirsi col sangue dei sudditi”. Piuttosto una certa attenzione a come si atteggiano le donne in chiesa, e qui sconvenientemente più che al Santissimo sembrano dare attenzione a qualche attraente giovanotto, o vecchi nobilastri in cerca di occasioni, “in obbedienza a venerati comandi umilmente riferisco di essere stato anche ieri in osservazione nella chiesa di S. Salvador, sì delle persone che vi erano in essa nell’ora del maggior concorso, come della loro direzione. Infatti le donne conosciute e osservabili per la loro irriverenza furono…”, e qui s’allega in dettaglio.
La Serenissima è alla fine. C’è un correre di spie appresso ai libri pericolosi che giungono dall’estero, “il Rev. Don Bernardo mi consegnò il libro che unitamente rassegno, ch’è in due tomi dell’Emilio, ossia l’Educazione di Jean Jacques Rousseau e mi assicurò di aver egli avuto nelle mani sue altre opere proibite di M.r Voltaire uscite dalla Libraria del Sig.r Rota. Implora egli la restituzione del libro…”. Si segnalano possessori di “molti libri oltramontani in quali trattano le materie delle religione cattolica alla loro maniera e perciò proibiti dalla Chiesa e dai principi cattolici. Dissemi che queste saranno le opere di Russò, Voltaire, Mirabeu ed altri nobilissimi di simil genere”. Così finisce la storia delle intercettazioni tra i canali della Serenissima. Napoleone è ormai giunto: gli sbirri andranno ancora una volta dagli Inquisitori – ai quali stavolta toccherà la parte degli inquisiti.

Leggi Gli stilisti della denuncia nella Serenissima viziosa e parruccona

di Stefano Di Michele

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