Per le belle “Edizioni di storia e letteratura”, rimesse a nuovo da Federico Codignola e fondate da don Giuseppe De Luca (1898-1962), il prete filologo che cercò una sintesi tra intellighenzia profana e mondo cattolico, lo storico Adriano Prosperi pubblica “Eresie e devozioni. La religione italiana in età moderna. I. Eresie” (pagg. XXVIII, 284 - euro 36). Prosperi, che insegna alla Normale di Pisa, ha da lungo tempo ingaggiato, anche come editorialista di Repubblica, un braccio di ferro storiografico, filosofico ed etico con la chiesa cattolica, con il magistero degli ultimi papi in particolare (ma ce n’è per tutti). Ripete spesso che la religione cristallizzata in una istituzione ecclesiale rigida e centralistica come la chiesa di Roma produce intolleranza, violazione della libertà di coscienza, invasione della dignità e libertà del corpo e dell’anima dell’uomo e del cittadino. I suoi argomenti sono spesso suggestivi, ben formulati e ricercati e saldati in una trama di fonti classificate e valutate con metodo ineccepibile (Prosperi era naturalmente uno dei relatori maggiori al convegno di cui riferisce qui sotto Marco Burini).
Anticipata parzialmente da Repubblica, l’introduzione al suo ultimo lavoro ha un segno interessante per noi. Nemico di ogni anche solo indiretto concetto di religione civile, ed esorcista massimo di ogni possibile peccato di politicizzazione del fatto religioso, Prosperi riconosce però che il cattolico liberale Alessandro Manzoni non aveva torto nel giudicare l’Italia “una d’altare”: perché “l’unità del popolo italiano ha una radice nel cattolicesimo tridentino e nella pratica sociale delle forme rituali e istituzionali in cui si esprime l’appartenenza a una religione”. Però, ecco il punto, questa religione “sociologica” è conformista, non sollecita la libera e consapevole adesione di fede della coscienza, ché anzi questo “cemento sociale” che è il cattolicesimo “naturale” con la sua “giustificazione religiosa” ha “cessato da tempo di sembrare problematico e di richiedere un consenso meditato dei singoli”.
Domanda a Prosperi, se vorrà rispondere: “Ma non è tipico di ogni dinamica istituzionale, democrazia compresa, democrazia moderna massimamente compresa, implicare un certo grado di conformità e automatismo partecipativo della società al sistema?”. Prosperi è inoltre scandalizzato per le convergenze tra centrodestra berlusconiano, “una forza neopagana”, e chiesa gerarchica, e imputa le assonanze proprio al fatto che la religione cattolica e i suoi simboli, crocefisso compreso, sono diventati “arredi civili”, motivi ornamentali di tipo vagamente moralistico estranei allo scheletro coscienziale e libero della fede individuale profondamente vissuta. Eppure, a parte il voto di Togliatti favorevole al Concordato nella Costituzione, avvenne pur sempre nel segno della politicità delle scelte e del carattere anche civile dei simboli religiosi e dell’educazione religiosa lo stesso incontro dei cattolici di Giovanni XXIII e di Paolo VI con la forza “popolare” che fu il Pci, neanche un poco neopagana e di dubbia professione ateistica (fino a Enrico Berlinguer, che si proclamò bizzarramente “né teista né ateista né antiteista”). Non è un patto con la destra di potere, è bensì un dialogo con la politica e con la società quello che appartiene alla natura della chiesa-istituzione.
In verità le crociate laiciste di Prosperi e la sua evocazione delle guerre di religione e dell’intolleranza dell’inquisizione spagnola come retroterra delle ambizioni della religione nella società moderna; la sua insensibilità al fatto nudo e bruto che l’orizzonte originario della postmodernità è il totalitarismo ateo del Novecento: tutto questo ha origine in queste sue parole: “In altre culture europee l’eredità delle guerre di religione ha lasciato nella costituzione politica e nella coscienza pubblica un sedimento importante che in Italia è mancato: la concezione dello spazio pubblico come distinto e separato dalle private convinzioni religiose”. E’ tutto lì. Certi laici protestanti amano a tal punto la fede da tenerla gelosamente per sé soli, nell’intimo del cuore, precludendole l’accesso nello spazio razionale, intersoggettivo, della società civile e dello stato. Della fede che dice pubblicamente e razionalmente le sue ragioni, partecipando della cultura universalmente umana, specie in un tempo in cui di umano e di universale rischia di restare un vuoto nulla, diffidano. La trovano generatore di intolleranza identitaria, la censurano, la vogliono in esilio spiritualista.
© - FOGLIO QUOTIDIANO

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