Il fatto non sussiste: non c’è stata alcuna collaborazione di terzo livello tra il politico Marcello Dell’Utri e la mafia, come aveva invece detto il picciotto dei Graviano, Gaspare Spatuzza. Il senatore è “assolto” per questa parte del romanzo criminale costruito su di lui dagli inquirenti palermitani; dal 1992 in avanti di lui come privato cittadino e uomo pubblico non si può dire alcunché di male. Non c’è dunque luogo a procedere sulle stragi del 1993, che tre procure (Caltanissetta, Palermo e Firenze) avevano cercato di addebitare a mandanti politici nel segno della nascita di Forza Italia e dell’entrata in politica di Berlusconi (il file per l’inchiesta infinita, sempre archiviata e sempre riaperta, chiamata “sistemi criminali”).
Non risulta al Tribunale di Palermo che il capo del governo e il suo collaboratore aziendale e politico abbiano tramato in combutta con stragisti mafiosi per destabilizzare la Repubblica. Così furono ieri scontentati, nell’ordine: il procuratore generale Nino Gatto, che giustamente si dichiara deluso, il quale chiedeva non già di condannare in Dell’Utri un imputato per un reato commesso ma il simbolo vivente di un nesso (risultato inesistente) fra politica berlusconiana e mafia stragista; il procuratore antimafia Pietro Grasso, che con linguaggio allusivo degno del nemico che combatte si era riferito alle stragi come a crimini generati da un mandato politico in favore di una “entità” da tutti riconosciuta in Forza Italia; Barbara Spinelli, l’editorialista della Stampa che s’era bevuta tutta questa favola (c’è da sperare che la Spinelli, che una volta sapeva essere intellettualmente cavalleresca, ora riconosca di aver preso un bidone).
Avevamo scritto, nel quadro di una campagna editoriale del Foglio contro le propalazioni accusatorie a mezza bocca di Grasso e di molti altri pm e giornalisti, a ruoli intrecciati, che non si può convivere con accuse di stragismo al capo del governo e ai suoi uomini senza o cacciare il capo del governo o ristabilire la verità delle cose. Ecco, un giudice a Palermo ha capito che bisognava rispondere a questo ovvio grido di dolore per la serietà della giustizia e la credibilità delle istituzioni politiche italiane.
Resta per Dell’Utri una condanna a sette anni, con pena ridotta rispetto al primo grado, per “concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso”. Una fattispecie di reato così generica ed evanescente da ricomprendere nel suo significato anche le semplici amicizie o frequentazioni, buone o cattive che esse siano. Ci penserà la Cassazione a cancellare questa vergogna antigiuridica, come è puntualmente avvenuto nella sentenza finale su Calogero Mannino.
© - FOGLIO QUOTIDIANO

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