Ridurre il deficit senza danneggiare la crescita: è la formula con la quale l’Ocse ha chiuso venerdì il vertice presieduto dall’Italia. Mario Draghi la farà propria oggi nelle sue considerazioni finali all’assemblea annuale della Banca d’Italia. Con una inversione logica: al primo punto c’è “rilanciare la crescita attraverso riforme strutturali”. Lo ha già detto all’Ecofin di Madrid: “E’ l’unico modo per affrontare una disoccupazione che aumenta ovunque”. Lo ha ripetuto al vertice del Fondo monetario e a un convegno della Banca centrale svizzera. Un Draghi sviluppista, dunque? Al Forex di Napoli, ha usato un’enfasi che non gli è comune: “Una crescita economica sostenuta è base di benessere, presupposto della stabilità finanziaria per un paese ad alto debito pubblico come l’Italia, è futuro per i giovani, dignità per gli anziani, giovamento per il Mezzogiorno”.
La stabilità per un banchiere centrale è conditio sine qua non. Ma l’accento oggi cade su due concetti chiave: sviluppo e riforme strutturali. Tra queste ultime, la più importante e delicata riguarda le pensioni. Draghi lo ricorda da tempo. In tutta Europa è sul tavolo l’allungamento dell’età lavorativa. In Spagna divide i socialisti, per la Grecia è una scelta obbligata, la Germania è già a 67 anni. L’economia italiana sul versante finanziario ha resistito all’impatto della crisi meglio di altre, riconosce il governatore. “La solidità e la prudenza delle banche non hanno reso necessari interventi di sostegno della portata di quelli che hanno gravemente pesato sui bilanci di altri paesi.
La rete di protezione sociale, pur non riformata organicamente, è stata opportunamente estesa così da arginare disoccupazione e abbandono sociale. I conti pubblici sono peggiorati per l’esigenza di rispondere alla crisi, alleviandone le conseguenze sociali. Il miglioramento dell’attività industriale italiana nei primi due mesi del 2010 prefigura il ritorno a una crescita del prodotto lordo nel primo trimestre, ma sull’intensità e i tempi della ripresa pesano i consumi e l’export”. Di qui la raccomandazione a condurre una politica che rafforzi l’offerta e faccia da acceleratore. Anche riducendo le imposte? Più volte Draghi ha sottolineato il peso eccessivo della pressione fiscale, in particolare sul lavoro, aggravando il divario del costo con gli altri paesi.E oggi affronterà questo punto che gli sta a cuore, mettendolo in relazione al giudizio sul decretone economico.
Sulla crisi dell’euro, il governatore sarà molto netto, chiedendo di andare avanti, non indietro. “Abbiamo creato un porto sicuro e dobbiamo fare del tutto per conservarlo – ha dichiarato in una intervista al giornale economico tedesco Handelsblatt – Non importa cosa dicano i critici, i nostri tassi di inflazione e i costi del finanziamento sono bassi. Grazie alla moneta unica siamo stati sorprendentemente protetti dalle turbolenze mondiali. Dobbiamo quindi conservare la stabilità e la credibilità del progetto. La crisi greca ha dimostrato che quella costruzione deve essere resa ancor più resistente. Abbiamo bisogno di un più forte governo economico dell’Unione”.
Draghi difende l’impostazione di fondo della politica monetaria “saldamente ancorata alla stabilità dei prezzi. Essa deve essere proattiva – insiste – e andare contro vento anche quando non ci sono pericoli immediati di inflazione”. Quanto al patto di stabilità (“e di crescita”, non smette di ricordare) chiede di ampliarne il concetto: “Finora esso è consistito in un meccanismo di osservazione, e in parte di correzione, dei bilanci pubblici. Dobbiamo renderlo più incisivo ed estenderlo alle riforme strutturali”.
Ai dieci principi per un nuovo global standard, cavallo di battaglia di Giulio Tremonti e varati ieri dall’Ocse, Draghi aggiunge le riforme proposte dal Financial stability board. Oggi di sicuro tratteggerà “un quadro di regole comuni per assicurare la stabilità finanziaria, sui derivati e i credit default swap, per i quali le attività di trading andrebbero centralizzate in piattaforme o mercati regolamentati”. Il Fsb ha inoltre un progetto preciso per ridurre l’importanza del rating: “Dobbiamo quindi ottenere valutazioni che permettano agli investitori di distinguere”. La dittatura delle agenzie, insomma, deve finire. A dispetto della speculazione e con il sollievo dei governi che emettono titoli di stato.
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