Chi ha detto che con i mercati in subbuglio per la situazione di Atene non si possa porre all’ordine del giorno la questione della debole crescita italiana? “Serve un abbattimento massiccio e generalizzato delle imposte sulle persone fisiche e sulle società”, aveva scritto giovedì scorso su queste colonne il patron dell’Espresso, Carlo De Benedetti, così da “offrire un fattore nuovo di competitività alle imprese”. Un vero e proprio appello al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, rinnovato ieri – sempre sul Foglio – dal responsabile per l’economia del Partito democratico, Stefano Fassina: “C’è davvero qualcuno convinto che la spaventosa pressione fiscale italiana, con aliquota individuale massima al 43 per cento contro una media del 35,7 per cento nel resto d’Europa, sia utile alla crescita e al benessere del paese?”.
Il dibattito continua, innanzitutto attraverso le voci di alcuni imprenditori ed economisti di spicco interpellati dal Foglio. Francesco Gaetano Caltagirone, presidente del gruppo omonimo, chiede cautela ma non accetta l’immobilismo: “Premesso che in un momento economico delicato come quello che attraversiamo la priorità deve essere data alla stabilità dei conti dello stato, le proposte di Fassina e di De Benedetti sono interessanti: le tasse, questo deve essere chiaro, è necessario abbassarle al più presto”.
Proprio due sere fa il premier, Silvio Berlusconi, avrebbe spiegato ad alcuni senatori della maggioranza che con Tremonti si stanno studiando le soluzioni per la riforma del fisco: l’obiettivo entro la fine della legislatura resta la riduzione delle tasse, e secondo il Cav., anche se si deve sempre tener presente la situazione dei conti, va fatto qualcosa al più presto. Diego Della Valle, presidente di Tod’s, indica nel dettaglio alcune priorità di un’eventuale riforma: “L’obiettivo immediato va dato all’aumento dei soldi a disposizione in busta paga dei dipendenti, attraverso la diminuzione degli oneri sociali e contributivi. Mentre dal lato delle imprese occorre concentrare l’attenzione su come aumentare la competitività delle aziende italiane.
A questo fine sarebbe auspicabile detassare ulteriormente gli investimenti in ricerca, sviluppo e promozione. Dobbiamo essere quindi realisti. Al momento non penso che si possa chiedere un taglio netto delle aliquote sui redditi, anche di quelli alti. E lo dico contro i miei interessi. Ma è giusto auspicare e cercare tutte le strade possibili per contribuire a riavviare la crescita”. E’ assertivo il presidente dell’Unione industriali di Roma, Aurelio Regina: “L’unica possibilità per riattivare il meccanismo economico del paese, e dare un serio contributo alla crescita, è quella di mettere in pratica una politica fiscale più equa e più aggressiva. Inutile girarci attorno: il governo, anche per far ripartire in modo significativo l’occupazione, deve far di tutto per tagliare le tasse e contenere di conseguenza la spesa pubblica”.
Difficile ovviamente, a maggior ragione in questa fase di fibrillazione dei mercati a causa dell’indebitamento montante in tutta Europa, non riconoscere i risultati raggiunti dalla “flemma” tremontiana: “Piuttosto – dice al Foglio Giorgio Fossa, ex presidente di Confindustria e ora presidente di Fondimpresa – occorrerebbe miscelare la giusta strategia di tenuta dei conti del ministro dell’Economia Tremonti con qualche idea di Carlo De Benedetti. E’ giusto spostare la pressione dalle imposte sul lavoro a quella sulle cose, anche perché è più difficile evadere l’Iva. Contemporaneamente va tagliato il costo della Pubblica amministrazione che negli ultimi anni è molto cresciuto. Ma non condivido del tutto l’idea di De Benedetti, secondo cui le riforme economiche sarebbero prioritarie e quelle istituzionali no. Ad esempio al federalismo fiscale va data la priorità.
Infine non deve essere scartata l’ipotesi di un allineamento ai livelli europei dell’imposizione sulle rendite finanziarie che in Italia è più bassa”. Un punto, quest’ultimo, sul quale si potrebbe agire “subito e nonostante ci si lamenti che la coperta è corta”, sostiene anche Paolo Galassi, presidente di Confapi, l’associazione della piccola e media industria privata: “Oggi infatti l’impresa manifatturiera sta pagando più tasse di tanti altri settori. Le nostre società, scambiando quasi sempre con altre società, sono tra le poche a fatturare tutto; inoltre non sono abbastanza grandi per mettersi a rischiare con trucchetti tipo le holding all’estero”.
Ma se “ridistribuire il peso del fisco verso il settore finanziario può fare molto”, resta il problema dell’Irap: “Una tassa ingiusta”, dice Galassi. “Per gli imprenditori è una rapina”, rincara la dose Massimo Calearo, presidente del Gruppo Calearo e deputato dell’Api, che poi allarga il discorso: “Per abbassare il rapporto tra debito e pil in Italia occorre rilanciare la crescita. Per questo ridurre la pressione fiscale è prioritario. Ma per abbassare le aliquote in maniera responsabile, come ha sostenuto Fassina, occorre abbinare questa manovra a una seria lotta all’evasione. Senza persecuzioni, ma ricorrendo piuttosto a incentivi molto concreti: si dovrebbe dare la possibilità di scaricare – a fronte di ricevute – una quota pari fino al 10 per cento del reddito. Liberi professionisti e artigiani diventerebbero i migliori alleati nell’esazione del fisco”.
Vincenzo Visco, già ministro delle Finanze, punzecchia l’esecutivo: “Il dibattito politico economico rischia di diventare datato e basato sulle parole d’ordine della destra, che continua a dire che ‘meno tasse’ è un valore in assoluto, salvo poi non riuscire a mettere in pratica questi concetti. Il problema principale, anche a costo di ripetermi, è l’enorme evasione fiscale. Poi certo si potrebbero trovare le risorse per fare molte cose: una di queste, per esempio, è abbassare fortemente il carico dell’Irpef. Ma questa è roba che costa”. E inoltre “non vorrei che fra qualche settimana, mese o anno, fossimo costretti a operazioni di risanamento brutali come dovemmo fare nel ’92”. Nicola Rossi, economista e senatore del Pd, parte da una prospettiva differente: “Quando la sinistra propone di andare verso un fisco meno invasivo, sconta un gap di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Si dovrebbe iniziare ammettendo certi errori del passato: dall’introduzione dell’Irap all’impostazione ‘penitenziale’ data alla lotta all’evasione”. Non solo: “Invece di parlare genericamente di ‘riqualificazione’ della spesa pubblica, andrebbe detto chiaramente che l’abbattimento della stessa è la precondizione per il necessario abbassamento delle tasse”.
Leggendo l’intervento di Fassina, Andrea Romano, direttore di ItaliaFutura, saluta “una svolta molto importante a sinistra innanzitutto su studi di settore ed evasione”. Inoltre “è condivisibile l’idea che la neutralità in termini di indebitamento debba restare il riferimento di ogni alleggerimento fiscale: perciò abbiamo proposto un provvedimento legislativo in base al quale ogni singolo euro recuperato all’evasione fiscale venga destinato automaticamente alla diminuzione delle aliquote fiscali”. E di colpo non è più tabù pensare, se non di affamare la bestia, quantomeno di metterla a dieta.
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