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Il sogno americano del disegno intelligente

Inchiesta sull’ultimo processo a Darwin e sul perché gli Stati Uniti non hanno ancora accettato di fare a meno dell’ipotesi di lavoro “Dio”

La storia di questa inchiesta, di cui in alcune puntate presenterò qui i passaggi salienti, ha un inizio casuale e imprevedibile anche per me. Di disegno intelligente ho cominciato a sentir parlare ripetutamente un anno fa, negli Stati Uniti, mentre era imminente lo svolgimento di uno di quei processi giudiziari nati da un’occasione apparentemente minuscola e trascurabile, nei quali però l’America ama rispecchiarsi, come in un atto di purificazione al termine di un ritiro spirituale, o sotto forma di un esame di coscienza. Le cronache di quella storia, puntualmente riferite a suo tempo dal Foglio, sono note: lo scenario è un angolo remoto della Pennsylvania centrale, la minuscola cittadina di Dover, a due passi da un centro più importante, York. Circa due anni fa, il Consiglio d’istituto del locale liceo vota a maggioranza un provvedimento che risveglia parecchi ricordi nella mente degli americani, dal momento che il tentativo è quello di imporre una forzatura al programma di studi delle ore di scienze, in coincidenza con la presentazione agli studenti della teoria darwiniana dell’evoluzione.

Gli amministratori della scuola, convinti di avere i diritti e le ragioni etiche ed educative per farlo, chiedono ai professori che, in apertura delle lezioni in questione, venga letto agli studenti un comunicato nel quale si spiega che quella dell’evoluzione è solo una delle possibili teorie per indagare le origini della vita e che, a fianco a essa, ne esistono altre, una in particolare, detta del disegno intelligente, che propone un punto di vista molto diverso e che può essere analizzata attraverso la lettura del volume “Of Pandas and People”, curato dal biologo Dean Kenyon, del quale molte copie sono consultabili nella biblioteca d’istituto.
L’iniziativa non passa sotto silenzio: a reagire sono sia gli insegnanti, che rifiutano di leggere il comunicato (che infatti verrà letto a inizio lezioni – e al cospetto del disinteresse generalizzato dei ragazzi – dagli amministratori d’istituto promotori della decisione) che alcuni genitori, che intravedono nell’operazione il tentativo di reintrodurre nel programma di studi un nuovo cuneo culturale che richiama episodi del passato, ben noti alle cronache sociali americane, sul tema della separazione tra stato e chiesa, e della non ingerenza delle questioni religiose in ciò che riguarda l’educazione pubblica dei giovani. In sostanza viene evocata una nuova sortita di quel creazionismo che tante guerre culturali ha al suo attivo nel Novecento americano. I genitori si costituiscono in parte civile e denunciano l’accaduto alla magistratura americana. Nell’aula di giustizia di Harrisburg, nell’ottobre 2005, va in scena un processo divenuto nel frattempo di straordinario peso mediatico. A confrontarsi, ormai, non sono più un comitato di genitori e un consiglio d’istituto, ma due visioni del mondo e le relative sigle d riferimento della diatriba ideologica come l’ACLU (American Civil Liberties Union), l’AU (Americans United for Separation of Church and State), l’NCSE (National Center for Science Education), il Discovery Institute e il Thomas More Law Center, col concorso di eminenti scienziati e accademici chiamati a esporre le ragioni dell’una e dell’altra tesi.

Alla fine, il vero protagonista del processo finisce per essere il suo giudice, John E. Jones III, uomo ambizioso e lungimirante, che intravede nella controversia l’occasione per allestire un procedimento di statura (apparentemente) epocale, oltre che un ottimo trampolino per una carriera arenata nell’anonimato di una corte di provincia. Il successo degli accusatori è fragoroso, enfatizzato da una sentenza di 120 pagine che si assume la responsabilità d’espandere il caso singolo a teoria esemplare e generale, condannando qualsiasi presente e futura pretesa di razionalità e scientificità del disegno intelligente e identificandola con un riciclo del vecchio creazionismo, mimetizzato allo scopo di fungere da cavallo di Troia in quel mondo dell’educazione pubblica americana che, dopo tante tensioni, oggi è attestato su posizioni di secolarismo senza eccezioni. L’affare si chiude tra diversi contraccolpi, trionfalismi sull’inattaccabilità dei principi fondanti americani e accuse di ridondanza giudiziale rivolte a Jones dagli sconfitti e da chi parteggiava per loro, in una nazione che, spiegano i sondaggi, continua a credere più alla parentela con gli angeli che alla discendenza dalle scimmie.

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Mi sono progressivamente appassionato a questi argomenti. In un certo senso, mi paiono l’anticamera del tutto, nel contemporaneo. A spingermi non è una necessità di parteggiamento, quanto un desiderio di verifica della possibilità del confronto tra due percezioni contrapposte che pure, credo, trovano il modo di convivere in noi – salvo che ciascun individuo ha il suo modo per tacitarne una e accodarsi all’altra. Una sera d’inverno, passeggiando per New York, presi a discuterne calorosamente con un amico e da quello slancio, poco alla volta, è nata l’idea di un’inchiesta, che non punti a definire una verità o una prevalenza, ma piuttosto esplori la sincerità, i bisogni e gli obiettivi delle persone in essa coinvolte. Procederò narrativamente (certo non scientificamente – non ne ho i titoli), cercando di decifrare il potere e lo strapotere della Scienza oggi, in quella ricerca di conoscenza che pretende successi sempre nuovi. Cercherò di capire le sue ragioni e le sue nevrosi nel rapportarsi con chi ostinatamente antepone alle teorie dimostrabili e alle domande ancora senza risposta, un senso di trascendenza recepito in modo irresistibile – questo sì senza aver mai la speranza di poterlo dimostrare. E cercherò di capire quanto le due vie siano lontane, tendano ad allontanarsi o accettino di confluire in un luogo comune dove confrontarsi, tollerarsi, provando addirittura a comprendersi.

E’ una spedizione oltreoceano, quella che ho in mente, alle fonti del dibattito, con una troupe video, per avere le immagini di eventi, volti e discorsi. E tante sarebbero le persone da incontrare, ma che per necessità dovrò selezionare. Sarò a Seattle, al Discovery Institute, il think tank che è centro di coordinamento e promozione del disegno intelligente. Poi mi sposterò nell’area di Dover, per vedere coi miei occhi e ricostruire i fatti, le intenzioni e le psicologie dietro quello strano processo. Ma prima, ultimata la documentazione, parto da qui, dagli avamposti del dibattito arrivati fin da noi, dopo l’outing del cardinale Schönborn in favore del disegno intelligente, esattamente un anno fa, dopo la relativamente nuova impostazione che Benedetto XVI sembra suggerire del problema e i sommovimenti che agitano il nostro mondo scientifico, abituato, a differenza dall’America, a rapportarsi con più sottigliezza e meno ricorso alla Costituzione con le avances della cultura cattolica. Decido di cominciare incontrando un filosofo della scienza, Telmo Pievani, esponente del neo-evoluzionismo che pubblica periodiche sortite su grandi organi di informazione come portavoce delle ragioni di chi alle pretese scientifiche del disegno intelligente intende sbarrare la strada con decisione. Sostenendo un principio: prima di dibattere, è indispensabile distinguere cosa abbia i crismi dell’appartenza alla scienza e cosa no.


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Pievani, mi sembra che l’ambiente scientifico internazionale stia reagendo con crescente nervosismo e intransigenza alle proposte alternative all’evoluzionismo, a cominciare da quella del disegno intelligente. La sensazione è che non s’intenda nemmeno accettare d’intavolare il discorso, per non parlare di un’effettiva controversia. “E’ possibile che le cose stiano proprio così, perché nella comunità scientifica evoluzionista esistono forti posizioni scientiste. Richard Dawkins, ad esempio, si spinge a teorizzare che attraverso la teoria dell’evoluzione si possa dimostrare l’ateismo, ovvero l’inesistenza di qualsiasi divinità. Sono accenti che di sicuro non aiutano il dialogo tra le due posizioni. In ogni caso le reazioni sono dure perchè ruotano su una contestazione fondamentale: il neocreazionismo americano tenta ciclicamente d’insegnare nelle ore di scienze della scuola americana ciò che scienza proprio non può essere. E l’Intelligent Design è una forma di neocreazionismo perché sostiene che possano essere individuate prove empiriche e prove scientifiche di un intervento soprannaturale nell’evoluzione. Questo per gli scienziati che si occupano di evoluzione è inaccettabile”.

Il vostro punto è che scienza, religione e filosofia
restino sempre accuratamente separate? “Sì, è fondamentale. Del resto, per restare alle cose americane, questo è ciò che recita il primo emendamento della Costituzione, lo stesso su cui fanno leva le sentenze d’incostituzionalità dell’insegnamento dell’Intelligent Design nelle ore di scienze. Io credo che ai ragazzi vada insegnata la teoria dell’evoluzione così com’è strutturata oggi – definendola “darwiniana” perché è coerente con l’ipotesi darwiniana – ma ovviamente con la coscienza che ora racchiuda molto di più dell’ipotesi darwiniana originale. E credo non si possa dire che la teoria dell’Evoluzione non sia scientifica o non sia corroborata da prove. Perché, alla fine, sono questi gli argomenti usati per tentare di scardinarla”. Dove invece, dall’altra parte della barricata, si prova a definire l’evoluzione come un passaggio obbligato sulla strada dell’ateismo. “Sì, perché effettivamente ci sono posizioni scientiste che guardano in questa direzione. Ma convivono con le idee di grandi padri dell’evoluzionismo del Novecento – a cominciare dall’ex domenicano Francisco Ayala, insigne biologo – che sono credenti, spesso cattolici, e convinti che non esista un’incompatibilità tra lo spiegare le trasformazioni della natura e il pensare che la natura contenga in sé un principio di sacralità trascendente, non indagabile scientificamente, ma nei confronti dei quali si pronuncia un atto di fede. Sovente si pensa che la scienza possa dare risposte a domande che non sono affrontabili dal punto di vista scientifico. E’ un errore nel quale cadono sia coloro che prendono troppo sul serio la scienza, sia coloro che l’attaccano dall’esterno, come veicolo di eccessive certezze. Se risultasse chiaro a tutti che l’impresa scientifica è basata sull’indagine, e che per definizione deve porsi dei limiti e basarsi sulla convinzione che non esistono certezze ultimative, forse ne verremmo fuori. Si capirebbe che la scienza è una grande impresa di curiosità umana. Non una minaccia per i fondamenti della natura umana”.

L’avvento di papa Benedetto XVI costituisce un fattore in questo dibattito ? “Non si può dire, finché non esprimerà una posizione ufficiale sulla questione. Però è indiscutibile che qualcosa sia successo il 7 luglio 2005, quando un membro importante della gerarchia ecclesiastica come il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ritenuto vicino alle posizioni del nuovo Papa, ha scritto un articolo sul NY Times in cui si schierava apertamente a favore dell’Intelligent Design. Un fatto preoccupante per la comunità scientifica americana, ma soprattutto un fatto inedito: non era mai successo che due tradizioni religiose diverse e lontane, come quella battista protestante del sud degli Stati Uniti, con la sua interpretazione letterale del testo biblico, e la teologia continentale cattolica, s’incontrassero su questo terreno. Lo dimostra il fatto che, dopo questa presa di posizione, anche all’interno della riflessione teologica cattolica si sia generato un duro scontro tra la corrente favorevole all’Intelligent Design e altri teologi importanti, come Paul Poupard, “ministro” della Cultura del Vaticano e padre George Coyne, direttore della Specola Vaticana, i quali hanno assunto una posizione di netto rifiuto verso qualsiasi valore scientifico dell’Intelligent Design, ribadendo invece una posizione di doppia verità, che muove proprio dalla distinzione su cosa sia scienza cosa filosofia e cosa teologia”.

Padre Coyne, nell’intervista che lei gli ha fatto per Micromega, sostiene che l’evoluzione non va contro Dio ma anzi lo glorifica. Un’interessante variazione sul tema. “Che io giudico importantissima, per come fa capire la differenza tra il disegno intelligente, inteso come neocreazionismo con pretese scientifiche e quella che invece è una classica posizione teistica, ovvero: studio la Natura come creazione e sono convinto che ciò che sto studiando sia il risultato di una glorificazione che non posso indagare dal punto di vista scientifico. E’ una posizione perfettamente compatibile con la ricerca scientifica, perché non si sovrappone a essa in nessun punto. Lo stesso Coyne, del resto, bolla l’Intelligent Design come movimento ideologico, politico, legato alle destre cristiane americane. E guarda anche al famoso messaggio di Karol Wojtyla del ’96, in cui il Papa sottoscrive la scientificità dell’evoluzionismo e sostiene che per il magistero cattolico esiste comunque un momento – quello in cui nasce la mente umana, il sé come sede del senso morale e religioso – che per un credente non può essere spiegato solo su base materiale e naturale. Padre Coyne sostiene: ecco l’interpretazione filosofica che noi diamo di questo evento. E infatti il messaggio papale di Giovanni Paolo II non dice che si deve andare nei laboratori a cercare tracce del salto metafisico o ontologico rappresentato dalla mente umana. Perché non è là che lo si troverà”.
Tornando alla teoria del disegno intelligente: alla sua base intravede una cattiva coscienza, ovvero degli scopi reconditi? “Al riguardo oggi nella comunità scientifica è in atto una discussione serrata. I più duri sostengono che non andrebbe neppure concessa cittadinanza al dibattito con le tesi del disegno intelligente. Personalmente sono favorevole a discuterne, almeno nelle sedi opportune. Ma in ogni caso, che all’origine del movimento dell’Intelligent Design ci sia una motivazione politica lo traggo da alcuni indizi. Primo: le loro argomentazioni si basano sul negare l’evidenza scientifica e prescindono da quello che è lo stato attuale della ricerca e questo già costituisce un approccio ideologico alla questione. In secondo luogo di recente, in particolare con l’elezione di George W. Bush al secondo mandato, è subentrato un visibile legame diretto: in alcuni stati la campagna di Bush ha utilizzato apertamente i temi dell’Intelligent Design e dell’antidarwinismo. Credo ci sia di che preoccuparsi se la scienza diventa parte integrante delle campagne elettorali: il passo successivo potrebbe essere un referendum per sapere se i cittadini attribuiscono più credibilità alla Bibbia o alla scienza”.

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La seconda conversazione decido di farla con un filosofo naturalista, Orlando Franceschelli, che di recente ha pubblicato da Donzelli il saggio “Dio e Darwin” che affronta in una chiave costruttiva e propositiva la controversia e la contrapposizione dogmatica, arrivando a postularne una possibile soluzione, sempre che gli uomini si dimostrino in possesso della famosa, faticosa buona volontà. Franceschelli è un oratore appassionato, attento a racchiudere il suo ragionamento nella configurazione di una logica apparentemente inattaccabile.
Franceschelli, col passare del tempo cresce l’insofferenza dell’ambiente scientifico verso le prese di posizione dei sostenitori del disegno intelligente o di un creazionismo rivisitato, se così lo si vuole considerare. “La questione è inaggirabile. Attorno a questo problema decidiamo dei rapporti tra credenti e non credenti e queste teorie hanno ripercussioni sui problemi più caldi. Non possiamo parlare di bioetica, embrione, aborto o eutanasia, se non capiamo che nelle nostre società ci sono due posizioni plausibili: da un lato la testimonianza della fede da parte delle chiese e di chi muove da presupposti teologici e, dall’altro un pensiero laico di orientamento naturalista, che non è nichilista né insensibile a questi problemi. Io ho provato a chiamarlo dialogo della plausibilità. Se non diamo diritto di cittadinanza a queste rispettive plausibilità, come possiamo sperare di creare un clima che non sia conflittuale? Chi non riconosce la plausibilità del naturalismo moderno che culmina con le teorie dell’evoluzione – aggiornabili, aperte e non dogmatiche – si espone a tentazioni polemiche e fondamentaliste nei confronti della scienza e del pensiero moderno. In sostanza siamo seduti su un vulcano. E si seminano tensioni all’interno della società”.

Questa proposta di plausibilità non raffigura
in sostanza una specie di condizione di “separati in casa” tra fede e scienza? “Il dialogo della plausibilità presuppone due condizioni. Prima condizione: riconoscere l’alternativa tra chi guarda al mondo a partire da una fede religiosa e quindi da una verità dogmatica, da una profezia, rispetto a chi guarda al mondo e all’uomo, alla sua storia e all’etica, senza questo orizzonte metafisico-religioso, ma attraverso quello che possiamo chiamare un naturalismo. Per organizzare un dialogo della plausibilità bisogna essere in due. E quindi: riconoscere l’alternativa. In che modo? Ciascuno deve provare ad ammettere la rispettiva plausibilità dell’altro punto di vista. La seconda condizione da rispettare è che questo dialogo non può essere asimmetrico. Non funziona il dialogo in cui si dica: voi siete portatori di pseudo-verità e noi portatori della verità. Questa diventa una parodia del dialogo, nella quale si persegue solo la resa dell’interlocutore”.

Tra le possibili asimmetrie c’è la formulazione
dell’evoluzionismo come anticamera dell’ateismo. “Il dialogo della plausibilità risolve questo problema: pretendere il riconoscimento della plausibilità del naturalismo moderno significa già mettersi in un orizzonte che è oltre la tradizione del creazionismo. Ci sono due modi per affrontare il rapporto tra la coscienza moderna e le nostre radici cristiane: un modo è la secolarizzazione, o traduzione, laddove il pensiero moderno prende qualcosa dalla tradizione teologica e lo traduce, lo interpreta in termini secolari, per una modernità che ancora dipenda da quell’eredità teologica. Il dialogo tra Habermas e Ratzinger parla di questo. Poi c’è un’altra modernità, che passa per Spinoza, Darwin e per Leopardi, dove non si traduce o secolarizza quel patrimonio, ma lo si mette radicalmente in discussione, approdando a un modo plausibile di capire il mondo e l’uomo, senza più alcun riferimento al dogma della creazione e alla sua eredità. Se non parliamo di questo, restiamo al di qua di ciò che sono le nostre società complesse e pluraliste. Infatti, quale sarebbe il pluralismo, se dicessimo tutti la stessa cosa, o tutt’al più ci permettessimo varianti interne a un unico paradigma, ovvero quello dell’eredità teologica? E’ questa l’umanità adulta che ha imparato a fare a meno dell’ipotesi di lavoro ‘Dio’. Ed è in questo contesto che diventa autentica anche la testimonianza di fede e la stessa ricerca del volto di Dio da parte dei credenti”.

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di Stefano Pistolini

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