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Fuoco amico e onda verde, Mercedes va giù

Come Fetonte, che venne fulminato da Zeus, Mercedes Bresso oggi è simile a una divinità caduta. Che ha smarrito il suo enorme consenso perché non ha saputo tenere le redini del carro del Sole. Anche se nel suo caso bisognerebbe parlare piuttosto di autocombustione, visto che la sua sconfitta, oltre al gran merito dell’avanzata della Lega di Roberto Cota, è legata alla dispersione del suo enorme consenso politico. Soprattutto, Bresso e il suo partito, hanno sottovalutato l’eventualità di una sconfitta, che ora ha il sapore di una guerra perduta. Un problema di leadership, se avversari e alleati hanno dato di lei un’unica definizione: un’autocrate. Incapace di affrontare il confronto con l’opposizione, di accettare il dissenso interno. E’ vero, la contesa elettorale che ha consegnato il Piemonte alla Lega nord è stata persa per una manciata di voti: solo diecimila. E’ anche vero che a Torino città il Carroccio non ha straripato, si è attestato sul 10 per cento, mentre il Pd ha preso il 22 per cento. In ogni caso la sconfitta è talmente bruciante, che ora tutti la attendono al varco per la resa dei conti.

A cominciare dai suoi ex consiglieri, che non hanno dimenticato le sfuriate in Consiglio regionale, le multe che voleva dare a chi arrivava in ritardo. Anche se una volta quando venne chiamata a presiedere una seduta su un argomento controverso, come la costruzione della Tav, lei arrivò dopo tre ore e disse con tono perentorio: “La prossima volta vi faccio aspettare tre giorni, tre settimane, tre mesi, perché voi non mi dovete chiamare…”. Buoni studi, ex docente di Economia, appartamento a Parigi, ha dovuto cedere il trono al “morbido Cota” (che forse non avrà il suo pedigree: il neogovernatore è avvocato, sua moglie è un magistrato, tanto per chiarire a  chi ancora considera la Lega un partito di primitivi) e ha fatto una campagna elettorale nervosa, perdendo spesso anche le staffe. Ma ora anche chi è stato travolto dal suo tsunami politico tira forse un respiro di sollievo: fare politica alle dipendenze della “zarina” non è stato facile. Il suo concetto di politica alta, dicono i malevoli, era nel senso che la Bresso è sempre rimasta ai piani alti del palazzo, senza sporcarsi le mani, ma anche senza tenere i piedi piantati nelle terra, pare: visto che è stata la provincia agricola di Cuneo (guidata da Gianna Gancia, moglie del ministro Calderoli) a aver dato il contributo elettorale maggiore alla vittoria di Cota.

Ora che la “zarina” è caduta, dice che di essere stata vittima del fuoco amico (la sinistra radicale). E delle indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche (l’appello di Bagnasco a un voto in difesa della vita). Del resto non è mai stata amata dai cattolici, anche i più moderati. Così come tutti ricordano il progetto della città della salute, un polo universitario e medico di eccellenza, voluto dal suo predecessore Enzo Ghigo che lei ha voluto ripensare ed è rimasto sulla carta perché quando ha mandato il suo progetto, un documento ultimativo, all’università, è stato rispedito al mittente.

Alcuni hanno cercato di sbarrarle la strada, nel suo partito, e sono stati emarginati. E non stupisce che, nonostante i militanti del Pd siano storditi dal cambiamento inatteso, ma non inaspettato per chi sapeva leggere fra le righe dello scontento, molti di loro ora dicano: meglio, non potevamo andare avanti così. E ora raccontano della sede del comitato elettorale della Bresso che era diventato come la Casa Bianca, inaccessibile. E rievocano il divertente aneddoto dei pullman ecologici regalati dalla regione alla città nella fase finale della campagna elettorale. E cioè di quando lei, che la prima volta ha preso un pullman, ecologico appunto, per andare a un confronto con Roberto Cota, il veicolo si è rotto e lei è arrivata come sempre con l’autista. O ancora del suo romanzo giallo sui tartufi in cui uno dei personaggi, Giuliano Soria, il patron del Grinzane Cavour, è stato eliminato dopo essere finito in galera.

Ma la sua debolezza, forse un pizzico di presunzione e arroganza, forse merita anche un po’ di indulgenza. Se non altro perché non è fair sparare sui perdenti. E poi la zarina, non ha mai usato un doppio linguaggio, ma solo uno, il suo. Intelligibile, decodificabile, univoco, perentorio, inappellabile. E ora tutti aspettano al varco per dirle due o tre cdose che avrebbe potuto fare per evitare di consegnare il Piemonte alla Lega. A cominciare, dal sindaco Sergio Chiamparino, che invece usa un idioma diverso, dialoga con la città, e avrebbe probabilmente fermato l’avanzata della Lega, ma è stato eliminato prima di poter correre, lasciando il Pd al suo processo di autocombustione. Ora la dea di Torino avrà tempo per ammirare la Via lattea, quel tratto di cielo bruciato dal carro del Sole di Fetonte.

di Cristina Giudici

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