Caro compagno Bersani, qui alla bocciofila, politicamente parlando, ci hanno fottuto bocce e boccino, e poi hanno pure invaso il campo di gioco. Come certe paparelle gialle di gomma che si mettono nella vasca quando fa il bagnetto il pupo, che non c’è modo di tenerle sott’acqua; come certi pupazzi col fondo tondo, che più li prendi a schiaffi e più si raddrizzano – così è Berlusconi: più arditamente viene combattuto, più salta fuori arzillo dalle urne. Rassegnarsi bisogna, e attrezzarsi diversamente occorre. Intanto, prendere atto una volta per tutte che Quello Lì non si batte né con i soliti mezzi, né con le truppe da sbarco santorian-travagliane – ché anzi, più si adunano e più lo aiutano a dire (a proposito: potrebbe venir buona qualche idea proprio dallo Zimbabwe?).
L’idea della bocciofila non era male, ma è andata pure quella, e per conseguenza teniamoci lontani dai troppo facili richiami alle pratiche popolari: per dire, non scivolare, a scopo antiberlusconiano, verso la corsa dei sacchi o il gioco della pentolaccia. Dobbiamo prendere atto di una cosa ormai indiscutibile: Berlusconi non è (solo) il capo del governo, non è (solo) il capo del maggior partito – fosse solo per questo, visto il governo e visto quel partito, bastava e avanzava la Melandri. Si potrebbe dire così, per richiamarsi a tradizioni non felici ma quantomeno solide: ormai il Cavaliere è una sorta di Piccolo Padre della Nazione, una narrazione della Patria, un’icona delle italiche genti.
Non è giustificabile solo con la benevolenza di Don Verzé, le preghiere delle zie suore e un certo soccorso vescovile, la sua incredibile tenuta. Quando i suoi sostenitori dicono che neanche con la kriptonite si potrà abbattere, noi tutti a prenderli per il culo – e poi neanche la kriptonite lo ha abbattuto, figurarsi Franceschini. Solo uno di noi ci provò, a sfidarlo sul suo terreno della creazione di un immaginario: fu Walter (you remember Walter?), con il discorso del Lingotto. Ma come al solito, noi si volava nella stratosfera e l’altro ravanava nella quotidianità: come avessimo aperto un elegante cinemino d’essai, e quello invece una multisala con trentacinque megaschermi. Se pure esiste un fattore B. (da intendersi quale fattore C.) dell’attuale capo di governo, c’è dell’altro. Tutto, ma proprio tutto, era contro Berlusconi. A volte Berlusconi stesso, ci è sembrato di capire. E le intercettazioni sonanti e le zoccole vaganti, la crisi economica e la censura televisiva, le carriole e i massaggi, persino Letta che saggiamente bofonchiava al telefono e tutti quegli altri che al telefono più dovevano stare zitti e più parlavano, i libri trash e un personale politico che pare preso con le raccolte punte dei benzinai, i preti mugugnanti e il Duomo di Milano volante, l’instabilità dei mercati e quella tricologica, FareFuturo e far finta di niente. Mica è del tutto umano poter resistere a tanto. Ma l’ha fatto. E dove noi (e qualcuno dei suoi) già ci leccavamo i baffi, oggi ci lecchiamo le ferite.
Il Piccolo Padre della Nazione, alto sul mausoleo di via del Plebiscito, non ha neanche accusato un colpetto. Niente. Potesse farlo, si passerebbe pubblicamente il pettinino tra i capelli, a dimostrazione di piccolissima, quasi irrilevante scocciatura. Sì, un po’ ammaccato risulta il Pdl, ma figurarsi se quello è un problema: un altro share poco entusiasmante e finisce come certe fiction di Mediaset quando non tirano: chiuse alla seconda puntata, e buonanotte. Chiaro come il sole che il nostro Piccolo Padre potrebbe benissimo fare a meno del partito, dei generali intorno neanche a parlarne, tutta salute, farsi una lista Silvio quando occorre, innalzarsi su un predellino o strapuntino o sulle spalle di Quagliariello, dimenticarsene il giorno dopo, e per il resto campare in pace e serenità tra un’apertura delle urne e l’altra. Una così perfetta aderenza tra paese reale, come si dice, e un leader (tra i più irreali della sua storia) mai si era verificata. A dirne male non serve, a dirne bene non si può. E allora? Ritrovare il boccino perso, caro compagno Bersani, che pure noi a volte siamo una ben strana compagnia.
Berlusconi bisognerà imparare, una volta per tutte, a prenderlo per quello che (incredibilmente) è – né per ciò che vorremmo che fosse (uno statista, ma pensa tu), né per quello che ci raccontiamo (l’origine di ogni male). Sennò, se farà (ancora) ridere, e noi lì a scompisciarci manco fossero le buffonerie da corte di re Alboino, ci farà (ancora) piangere politicamente, inutile provare a incatenarlo alla logica, al buonsenso o al semplice buongusto: Berlusconi è oltre, ma oltre è anche il paese. Loro s’intendono, noi non li intendiamo. Perciò, se gli rimproverano di andare a votare vestito da moldavo, teniamoci il raccapriccio estetico e valutiamo le vendite dell’apposito vestiario.
Meno delicati di nasino e di stomaco bisognerà mutarsi, caro segretario. Farsi realisti, anche quando la realtà poco ci piace e ancor meno ci conforta, altro (o ben altro) che “ma anche”. Abbiamo grandi glorie alle spalle e persino alcune buone ragioni, ma è l’avvenire (politico) che scarseggia. Poi, ci si mettono pure le coincidenze – e guarda che le coincidenze dicono tanto: persino al povero Prodi, in giro per Roma per fatti suoi, il giorno dei risultati non gli tocca di incontrare a tarda sera Gasparri per strada?
Per dirti, a tal proposito: ieri mattina prendo l’autobus, pensieroso e deluso: l’unica Emma di cui si registrava la vittoria, sui giornali, era una tipa canterina che aveva trionfato ad “Amici”, non quella nostra che doveva sfondare tra i cittadini. Incontro nella calca un compagno – serio studioso gramsciano, persona di garbo e passione – che mi fa gradito dono di una copia del suo nuovo libro, appena uscito. Si intitola “La morte del Pci”. Opera di utile riflessione, s’intende, da vagliare e di cui parlare. Lo sfoglio, guardo qua e là, anch’io un po’ funereo, e di colpo mi viene da pensare che, dopo la morte del Pci, degnamente rammentata, ci sarebbero da trattare le esequie del Pds, quindi il trapasso dei Ds, i repentini mancamenti di parentele strette genere la Margherita, e se la sorte (e il tuo guizzo piacentino: guarda la fiducia) non ci aiuta, tra poco rischiamo di piazzare qualche cero politico anche attorno al Pd. Ecco, compagno Bersani, siamo indietro persino nell’analisi dei funerali nostri, altro che in quella dell’attualità elettorale. Mettiamoci subito a pari con il becchino, e poi vediamo come fare per occuparci dei viventi.
Leggi Perché il risultato del Pdl alle Regionali deve preoccupare - L'analisi del voto del senatore pdl Giuseppe Valditara - Leggi I due capi della nazione
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui