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Il fallimento del Pdl

Dietro il pasticciaccio delle liste c’è una resa dei conti anticipata

Risolta la questione delle regionali (pare), berlusconiani e finiani sono d’accordo su un punto: la fusione non è riuscita

Risolto d’urgenza (così pare) il pasticcio delle liste, sul campo restano le macerie di un Pdl nel quale la resa dei conti interna è esplosa prima del voto e non – come solitamente succede – dopo un risultato negativo. Si è verificato un paradossale caso politologico di scuola, forse senza precedenti. Come dice il berlusconiano Giorgio Stracquadanio: “E’ fallita la fusione tra FI e An, dove la logica delle percentuali è saltata. C’è un gioco di contrapposizione tra bande correntizzate. In troppi ragionano in termini postberlusconiani”. Tutto da rifare, o quasi. Dice il politologo finiano Alessandro Campi: “Adesso ci vuole una sorta di rifondazione. Berlusconi e Fini, prescindendo dai gruppetti di potere, devono sciogliere l’equivoco: il Pdl è soltanto uno strumento di mobilitazione elettorale o un partito destinato a durare?”. E’ probabile che il dibattito interno esploda, tanto più che la crisi del Pdl rischia di affliggere anche il governo e la coalizione; ma verosimilmente si farà tutto a urne chiuse, dopo le regionali. La contingenza obbliga a fare buon viso a cattivo gioco, come hanno concordato ieri al telefono anche Fini e Berlusconi: entrambi impegnatissimi in un’azione diplomatica congiunta sul Quirinale per salvare, intanto, il risultato elettorale. Ecco i fatti.

Al momento in cui questo giornale va in stampa il governo ha siglato un accordo di massima con la presidenza della Repubblica per tirare fuori la coalizione di centrodestra dall’impasse delle liste in Lombardia e a Roma. Palazzo Chigi ha lavorato con l’ufficio tecnico del Quirinale su un decreto “interpretativo” delle norme vigenti sulla presentazione delle liste elettorali. Un testo attraverso il quale offrire ai Tar, chiamati a decidere sulle liste tra oggi e lunedì prossimo, gli strumenti tecnici necessari a riammettere in corsa sia Formigoni sia il Pdl romano. Il Cdm, ancora riunito a tarda sera, stava limando un decreto giudicato positivamente dal Quirinale, dove si facevano tuttavia ragionamenti di cautela: non ci saranno obiezioni, purché non si allarghino surrettiziamente le maglie della norma.

Dice il vicecapogruppo del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello: “Quello presentato al Quirinale è un testo interpretativo delle attuali regole. Crea un nesso tra la forma e la sostanza democratica, perché si era corso il rischio che il ‘medico democratico’ badasse soltanto alla cura formale del paziente infischiandosene poi del suo eventuale decesso”. Questo il punto di vista della maggioranza, cui si contrappone il giudizio dell’opposizione che ieri aveva cominciato a manifestare aperture informali, ma significative, sulla candidatura di Formigoni. Dice Nicola Latorre, senatore dalemiano: “Qualsiasi norma riammettesse il Pdl a Roma sarebbe necessariamente un imbroglio. Quelli le firme non le hanno mai depositate”. Diverso l’atteggiamento sulla Lombardia. Come spiega un autorevole membro della segreteria di Pier Luigi Bersani: “E’ indiscutibile che Formigoni debba partecipare alle elezioni, è una questione di principio democratico”. Che tradotto significa: “Siamo stati sempre pronti a salvarlo, ma all’ultimo momento. Dopo avere tirato la corda il più possibile”.

Resta il dubbio su come sia riuscito il centrodestra a convincere il Quirinale, visto che – così dicono – non ci sarebbero stati contatti tra il Pd e la presidenza della Repubblica, nonostante Napolitano avesse nei giorni scorsi subordinato l’ipotetica ratifica del dl a un via libera anche informale dell’opposizione. Risposta: “Per una volta Fini e Berlusconi hanno collaborato, con effetti positivi. L’uno è stato suadente, l’altro ha fatto il muso duro”. Chissà. Così fosse, tuttavia, si sarebbero già verificate le condizioni per un chiarimento tra i due leader sulla natura del Pdl pazzotico che tra lotte fratricide, dispetti e allarmanti disattenzioni, si era cacciato con le proprie mani in un guaio capace di mettere a rischio un risultato elettorale che rimane, nonostante tutto, incerto. Come dice Giorgio Stracquadanio: “Appena si è capito che il voto poteva non essere favorevolissimo sono cominciati i distinguo e le prese di distanze. Tutti sintomi di qualcosa che si è rotto”. Conclude Alessandro Campi: “Bisogna ripartire da zero, il confronto potrà anche essere aspro”.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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