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Le convulsioni

Così Lombardia e Lazio accelerano la crisi matta di un Pdl senza più padri

Formigoni e Polverini bocciati (per ora), dirigenti nazionali furibondi, Fini deluso, e il Cav. pronto a fare i numeri

La decisione dei giudici contraria alla riammissione del listino di Roberto Formigoni in Lombardia, e della lista del Pdl nel Lazio, precipita su un partito in preda a una grave convulsione. Maurizio Gasparri dice che le due esclusioni rappresentano “la più seria emergenza democratica del paese”. Manca ancora il giudizio del Tar, ma dal punto di vista dei dirigenti è comprensibile la necessità di drammatizzare, specialmente se, sotto le cattive notizie, cova un pazzotico conflitto interno. A venti giorni dal voto la rissosità nel Pdl descrive un sommario di decomposizione aggravato dallo sversamento di intercettazioni telefoniche e veleni a mezzo stampa che lambiscono il Palazzo e che hanno spinto ieri Denis Verdini a smentire qualsiasi legame finanziario tra lui e il costruttore Riccardo Fusi.

Il presidente della Camera e cofondatore, Gianfranco Fini, dice che il Pdl così com’è non gli piace. Il leader, Silvio Berlusconi, fa trapelare fastidio e secondo le ricostruzioni, non smentite, dei quotidiani, avrebbe replicato a Fini dicendo che “piuttosto io faccio un partito nuovo”. Si può desumerne che il Pdl non piaccia a nessuno dei suoi due azionisti di maggioranza. Non solo. Mentre una parte della vecchia guardia berlusconiana teorizza la necessità di strutturarsi in polemica con le correnti della ex An, il Cav. riprende per mano Michela Vittoria Brambilla minacciando una svolta movimentista: “Fatico a definire il Pdl un partito”. Questo nel momento in cui le cronache segnalano come all’origine del pasticcio sulle liste ci siano state le lotte interne tra gruppi di potere locali sfuggiti – o peggio coperti – alla verifica dei vertici. Schizofrenia? Dice un berlusconiano dogmatico come Osvaldo Napoli: “Il rischio è l’esplosione. C’è un gioco al logoramento che potrebbe anche concludersi con la chiamata a coorte dei pretoriani da parte di Berlusconi”. Ma contro chi?

“L’esclusione delle liste dimostra che queste elezioni corrono il rischio di essere falsate con conseguenze gravissime per la democrazia”, ripete il capogruppo Fabrizio Cicchitto. Che aggiunge: “Non si è trattato di incapacità del Pdl. Ci è stato impedito di presentare la documentazione. Hanno contribuito l’ostruzionismo dei rappresentanti di altri partiti e l’inaccettabile ordine dato dal magistrato di impedire la consegna”. E’ su questa versione che, di fronte al rischio di un’esclusione definitiva che appare tuttavia ancora improbabile, si è attestato ieri il partito di maggioranza ritrovando una parvenza di unità che potrebbe anche sancire una sorta di cessate il fuoco interno. Fini e Berlusconi oggi riuniscono insieme i deputati laziali del Pdl. E’ un gesto derivato della mediazione di Gianni Letta, nonché il segnale di un’apparente resipiscenza politica imposta dalla contingenza elettorale.

D’altra parte nessuno tra i dirigenti risulta convincente quando tenta di negare l’intenso tramestio che attraversa il partito e che rischia di sperperare la vittoria conseguita alle politiche. Si fa strada l’idea confusa di aprire una nuova fase per il dopo regionali: lo ha detto Fini, lo ha fatto capire Berlusconi, lo sostiene anche il fortissimo asse che si è consolidato attorno ai ministri quarantenni, ai coordinatori e ai capigruppo. Il problema è che forse ognuno insegue un orizzonte diverso. Dice Claudio Scajola: “La costruzione del Pdl si rivela più complicata del previsto. Anche per la vicinanza delle elezioni ci sono problemi tra centro e periferia. Dobbiamo costruire un partito unico, dobbiamo darci regole”. E’ l’idea che Sergio Pizzolante, deputato vicino a Fabrizio Cicchitto, chiama “gli stati generali del Pdl”. Una fase da inaugurare a urne chiuse seguendo due modelli: “Quello della Lega, che concilia la leadership con il radicamento sul territorio, e quello del gollismo francese”.

E’ il progetto in cui sembra si riconoscano anche Sandro Bondi e Mariastella Gelmini e che Cicchitto ha esplicitato dicendo che “la coesistenza di un partito monarchico-anarchico come FI e di un partito correntizzato come An pone delle questioni serissime”. Peccato che, forse, a conferma dell’aria pazzotica che tira dalle parti del centrodestra, non sia proprio questa l’idea che più convince Silvio Berlusconi. Dice Osvaldo Napoli: “Lui è l’antipolitica. Non gli si può chiedere di fare ciò che non è nel suo Dna”; correnti, partiti, apparati. “Si deve recuperare l’iniziativa politica, rilanciare il programma di governo. Il Pdl viene a cascata”. Chissà che ne pensa il Cav. Forse ironico, forse no, dice: “Finirà che mi occuperò io del partito…”.

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di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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