Ripulita l’aria dalla domenica a piedi, nel primo pomeriggo di lunedì un fulmine a ciel sereno ha colpito il trentesimo piano del Pirellone. Sulla scorta di un ricorso presentato dai radicali, i giudici della Corte d’appello di Milano hanno svolto un controllo formale delle firme e hanno deciso di escludere per irregolarità la “Lista per la Lombardia” di Roberto Formigoni, il cosiddetto “listino” del presidente. La contestazione riguarderebbe l’autenticazione di alcune firme e alcuni timbri. Si tratterebbe, secondo il capo dello staff di Roberto Formigoni, l’eurodeputato Mario Mauro, di questioni marginali e comunque sanabili, e c’è tempo fino alle 14 di oggi pomeriggio per presentare ricorso: “Nessun problema, le firme valide che abbiamo presentato sono più che sufficienti e abbiamo già verificato che più sentenze del Consiglio di stato rendono irrilevanti alcune specifiche che invece la Corte di Appello di Milano ha ritenuto indispensabili”. Ciò non toglie imbarazzo e irritazione. Soprattutto perché, dopo la campagna dei radicali delle scorse settimane proprio sulla questione della raccolta delle firme (in Lombardia la lista guidata da Marco Cappato non è stata accettata) e ancor più dopo il caso Roma il timore di un irrigidimento formalistico della magistratura è più alto che in passato.
Una complicazione in più, su un fronte del nord che per il Pdl non è completamente tranquillo. Se infatti a Roma la défaillance sulla presentazione della lista del Pdl evidenzia quantomeno un problema di comunicazione interna tra le due componenti, quella ex FI e quella ex An, nelle regioni del nord le frizioni riguardano il rapporto del Pdl con il suo alleato, la Lega nord, data in crescita di consensi su tutto il territorio. Con una forza che lentamente ma inesorabilmente sembra erodere il consenso del Pdl. E se Silvio Berlusconi, venerdì a Torino per l’apertura della campagna di Roberto Cota, ha fatto buon viso affermando che “non ci sono problemi tra di noi ove la Lega dovesse aumentare il suo peso nei governi locali”, in Lombardia Formigoni non la pensa propriamente allo stesso modo.
Rilevamenti più recenti sono concordi ad attribuire al partito di Umberto Bossi un consenso nazionale oltre il “muro psicologico” del 10 per cento, con un’ulteriore crescita rispetto alle ultime Europee. In Veneto il sorpasso sul Pdl, mancato di un soffio alle Europee, è pressoché scontato e in Piemonte la candidatura di Cota potrebbe avere un effetto trascinante. A ciò si aggiunge (come rilevato anche dall’analisi dei flussi elettorali commentata dal Foglio giovedi scorso) che il “mercato” elettorale della Lega è in buona parte quello interno alla coalizione, cioè il Pdl. Un classico travaso dei voti. Il che è la cosa che più ha innervosito nei giorni scorsi Formigoni, assieme ai dissapori ormai aperti con l’altra star del Pdl meneghino, il sindaco Letizia Moratti.
“A Milano, la nostra distanza dall’avversario è dimezzata rispetto al resto della Lombardia”, ha detto Formigoni aprendo la campagna elettorale, con una critica non dissimulata rispetto alla situazione politica della città: “Ci sono zone dove va fatto uno sforzo maggiore, come nella città e nella provincia di Milano dove il mio vantaggio è dimezzato”. E se il vantaggio complessivo in città (Pdl e Lega) dovrebbe essere sopra a 55 per cento, resta il fatto che rispetto alle Regionali di cinqua anni fa, quanto il movimento di Bossi aveva conquistato il 16 per cento dei voti, contro il 26 per cento di FI e il quasi 9 di An, alle ultime Europee la Lega è arrivata al 22,7 contro il 33,9 per cento del Pdl. Un balzo in avanti notevole, che tutti gli osservatori tendono a confermare per la prossima tornata amministrativa.
E se il balzo in avanti avvenisse anche il provincia di Milano e in città, cioè ben al di là della fascia pedemontana storica roccaforte leghista, il segnale per Formigoni e il Pdl non sarebbe dei migliori. In via Bellerio, quartier generale della Lega, lo sanno benissimo. Ma con l’ormai consolidata prudenza tattica evitano di alzare i toni della competizione interna: gli obiettivi sempre dichiarati dai leghisti sono governare “a casa propria” e ottenere a Roma le riforme. Essere forti al nord quasi come l’alleato è un aiuto. Ma indebolire troppo un Pdl già lacerato di suo, sarebbe controproducente.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui