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La Perestroika di Tonino

Il primo congresso dipietrista è una sagra con acclamazione finale

L’Italia dei valori si conferma un partito carismatico di manette e di governo Lo sfidante De Magistris può attendere

“Mo c’abbiamo nu partito vero!”, esclama un delegato napoletano. Chissà. Si riferisce alla Perestroika di Tonino Di Pietro, allo spettacolo affettato di democrazia con il quale ieri l’ex pm ha officiato il primo congresso della sua creatura casalinga, quell’Italia dei valori che alla fine della sagra pre elettorale, domani, lo confermerà presidente; ma per acclamazione. D’altra parte il capo viene evocato con sussiegoso trasporto da tutti, o quasi, i dirigenti del partito; abbastanza da ricordare, a chi un po’ le ha frequentate, le fastose convention di un altro capo e di un altro partito che da queste parti manettare è piuttosto malvisto. “Il Pdl è come il gas nervino”, dice uno della vecchia guardia come Felice Bellisario prima di aggiungere che invece “la nostra forza è il nostro leader ‘carismatico’ sempre in prima linea”. Un concetto rafforzato dal capogruppo alla Camera, Massimo Donadi: “Antonio, tu sei il leader, e tutto questo nasce solo dal tuo coraggio”.

E’ vero, la creatura che per statuto appartiene al suo fondatore Di Pietro oggi si doterà di nuove regole. Ma l’ex pm non ha ceduto del tutto alle pressioni del suo alter ego e competitore Luigi De Magistris, né tantomeno all’arruffato Franco Barbato, il deputato semipeone che si aggira per il congresso in maglietta a maniche corte e che spiega: “Chiediamo che nel partito valgano quelle regole per cui lottiamo nel cambiamento della società”. In questo strambo congresso non ci sono ancora candidati alternativi. Chi ha provato a candidarsi non è riuscito nemmeno a farsi convalidare le firme.

Quando Di Pietro scende dal palco portandosi dietro il codazzo dei giornalisti, la scena è icastica. Il politburo è ancora acquartierato, anzi, uno dei dirigenti ha appena preso la parola, quando il leader forse li sorprende tutti e se ne va: improvvisa una conferenza stampa. Così qualcuno fa spallucce, anche in prima fila, come dire: “In fondo è importante solo quello che dice lui”. Forse è la verità. Ai cronisti Tonino ammannisce il solito refrain sul partito “vero e democratico” e spiazza i giornalisti quando sgrana gli occhi e dice: “Dal simbolo sparirà il mio nome”. Sul serio? “Sì certo. Via dal gruppo parlamentare, dai consigli regionali, comunali e così via”. Ma sulla scheda elettorale rimane scritto Di Pietro: “Sì”. E sui manifesti? “Ma ci mancherebbe altro che non ce lo mettessi”.

Ecco. Sotto la trasparenza di Tonino c’è sempre la vecchia Idv: l’idea che vivere di politica significhi un po’ commettere reati, che il magistrato debba trasformarsi in un ingegnere sociale e la tecnica del pm in un’ideologia. Lo spiega Barbato: “Dobbiamo colpire l’intreccio tra politica, mafia e finanza che ha la massima sintesi nel governo Berlusconi. Dobbiamo sostenere la magistratura”. Difatti non manca Leoluca Olando, che quando parla quasi urla. Si aggiusta il ciuffo di capelli umido sulla fronte: “Non dobbiamo cedere alla banda di pidduisti che sta al governo. Dobbiamo essere una forza di resistenza”. E poi aggiunge: “Ma anche di governo”. Non una parola a caso. Perché il secondo messaggio che il congresso vuole lanciare all’esterno lo sintetizza De Magistris: “Per governare dobbiamo diventare la forza cardine del centrosinistra”, ovvero orientare e non farsi orientare dal Pd. Lo spiega il leader in persona: “Questo congresso stabilirà definitivamente la nostra collocazione nel centrosinistra. Con il Pd”.

Un partito cui Di Pietro potrebbe riuscire a imporre il candidato in Calabria, Filippo Callipo: “E’ il nostro uomo – dice – Ma dipende dal Pd, in preda a spinte centrifughe”. Bersani arriverà oggi o domani. Ironizza Di Pietro: “Dipende se sarà capace di liberarsi dai tanti problemi che ha”. Sosterrete il candidato democratico in Campania, De Luca? “Sarà il congresso a decidere”. Che vuol dire? “E’ indagato. Se lo condannano si dimmetterà?”. Riuscisse l’operazione dell’ex pm, col suo veto e la sua candidatura imposta al Pd, sarebbe l’ennesimo avviso di garanzia politica rivolto a Massimo D’Alema (per interposto Bersani) e un’ulteriore condanna per le sue velleità di addomesticare gli estremisti più furbi di lui, siano questi della specie dei Bossi o di quella dei Di Pietro.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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