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Perché mi annoia la storia della foto di Di Pietro

Al direttore - Spia o non spia, quello che risulta chiaro è che Di Pietro è un quaquaraquà. Sul suo blog, quando se ne parlava, Contrada era il condannato per attività mafiose che non doveva cercare “scorciatoie per sfuggire alla condanna” o, attraverso le parole di Salvatore Borsellino, si leggeva che “finalmente era stato arrestato”. Oggi, dopo l’uscita delle foto della cena con Contrada e altri curiosi personaggi, Di Pietro dice che “quella di Contrada è una storia complessa e non va banalizzata”. Quella di Di Pietro è invece una storia semplice. Quella di un quaquaraquà.
Tommaso Ciuffoletti, Firenze

Strano paese l’Italia. Quando si spara nelle strade, anni Settanta, tutti si eclissano, eufemizzano, trovano scuse e lasciano soli i rigoristi. Gli stessi fuggitivi, trent’anni dopo, tuonano contro il perdonismo. Così, quando su Di Pietro si è scritto e detto tutto quel che si doveva dire, che voleva far politica, che non si capivano bene dettagli importanti della sua formazione di poliziotto, di studente, di laureato e di magistrato, non si parlava che di “veleni”, nei circoli dell’establishment. E adesso fanno finta di stupirsi per le sue curiose frequentazioni, per le fotografie scomparse e ora risuscitate nel risentimento da suoi ex amici. A me sembra tutto di una noia abissale. Chi sia Di Pietro è noto ai lettori di questo giornale e ai garantisti italiani, il resto è rancore inutile, postumo, incanaglimento improvviso su notizie vecchie.

Giuliano Ferrara

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