Di punto in bianco l’Italia si scopre alle prese con una questione etnica o razziale sintetizzata in due fotogrammi. L’italianissimo calciatore nero in rivolta contro i tifosi razzisti di Verona e di mezza serie A, Mario Balotelli; e i braccianti stagionali extracomunitari che hanno incendiando Rosarno in Calabria, dopo aver ricevuto come segno d’accoglienza pallottole di gomma sparate da alcuni deficienti, e atti di derisione, prima che arrivassero anche le sprangate e le pallottole di piombo. Da una parte c’è l’eroe pop di un club dell’alta società milanese, l’Inter, scuro di pelle e tricolore di nascita, padrone della lingua nazionale di cui si serve nel tentativo di bucare lo schermo incantato dell’industria sportiva con un messaggio feroce: per integrare quelli come me non siete pronti, fottetevi.
Dall’altra parte, molto più giù, in un lembo del meridione in cui lo stato oscilla sempre tra la necessità di militarizzare il territorio o devolverne la sovranità al malaffare, s’è aperto all’improvviso un cratere di violenza urbana che ricorda la realtà degli anni Cinquanta. Ma allora era la lotta di popolo contro il latifondo, oggi ci sono due popoli in lotta e nessun latifondo da disputarsi. C’è della povertà in uno spazio vitale conteso. Forse è l’illegalità straniera che collide contro la malavita genuinamente calabrese, mettendo in mezzo una cittadinanza esterrefatta ma comunque avvezza al sopruso ndranghetista. Altri rileveranno l’oggettiva inospitalità del luogo nei confronti di un bracciantato africano costretto a colpi di lupara sulle barricate da un tipo umano due volte colpevole, perché storicamente discriminato proprio in quanto emigrante dal sud.
In ogni caso la sostanza è cruda quanto basta per esigere una messa a tema. Un paese nel quale si costruiscono legittime rendite politiche sulla necessità delle ronde autorganizzate, di cui poi però non si sa più che farsene una volta legalizzate, dovrebbe interrogarsi con meno superficialità sul significato della parola “integrazione”. L’universalismo illuminato la fa risuonare nel vuoto dei sensi di colpa e cerca d’imporla a tutti i costi; la xenofobia la esorcizza nel grugnito belluino e sprezzante, violento perfino. Il meridione la rappresenta a modo suo, sul palcoscenico del disagio sociale. Mentre il ceto politico comincia appena a domandarsi in nome di quali princìpi – e dati di fatto storici e diritti soggettivi – procedere all’identificazione del nuovo cittadino cui offrire la carta d’identità italiana. Prima che se la prenda d’imperio.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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