Dopo Stati Uniti, Spagna e Gran Bretagna, che a Sana’a capitale dello Yemen hanno ambasciate simili a fortezze, ieri anche Francia, Germania e Giappone hanno chiuso le sedi diplomatiche, o almeno le sezioni aperte al pubblico più esposte agli attacchi. Il problema immediato è che i servizi di sicurezza yemeniti – è saltato fuori – il giorno prima avevano candidamente ammesso: “Abbiamo perso le tracce di sei veicoli carichi di armi e di esplosivi che sono entrati nella capitale”. Ci si aspettano attentati contro obbiettivi occidentali.
Questa svista ad alto rischio degli yemeniti è il sintomo di una questione più vasta. Il governo di Sana’a non sta al cento per cento con l’occidente. Anzi, a Palazzo ci sono simpatizzanti altolocati di al Qaida. Paragonato allo Yemen persino il Pakistan, ambiguo alleato di Washington, è un campione specchiato di risolutezza antiterrorismo anche se con una mano incassa gli aiuti americani e con l’altra non trattiene i settori dell’intelligence militare che appoggiano i talebani e gli estremisti di al Qaida.
La storia del rapporti tra il governo e al Qaida è lunga. Il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, ha un fratellastro con il grado di generale, Ali Mohsen al Ahmar, che già negli anni Ottanta reclutava volontari per conto di Osama bin Laden, da mandare a combattere in Afghanistan, e prima li addestrava in campi di stato. Dopo la guerra afghana, lo Yemen ha ricevuto migliaia di reduci yemeniti e non. Il presidente Saleh ha cominciato a usare questi veterani nella guerra civile del 1994, contro i separatisti del sud. Molti di loro furono arruolati formalmente e oggi hanno posizioni di comando nell’esercito e negli apparati di sicurezza, in alcuni casi sono diventati governatori e ambasciatori.
Negli anni Novanta Osama e il suo vice Ayman al Zawahiri visitarono in numerose occasioni il paese, e predicarono in pubblico nelle moschee; Bin Laden e il generale al Ahmar si incontrarono per sei ore all’aeroporto di Sana’a nel 1996. Dal 2004, di nuovo, il governo ha incorporato altri estremisti sunniti appartenenti ad al Qaida nei ranghi delle proprie forze di sicurezza, questa volta per combattere i ribelli sciiti nel nord. In entrambi i casi, i media hanno ricevuto l’ordine di definire i ribelli socialisti e quelli sciiti con l’aggettivo “satanici”, tanto per rinfocolare la combattività dei militanti. In cambio, al Qaida riceve protezione, addestramento, passaporti, automobili, case sicure e una procedura facilitata per uscire di prigione.
Come hanno imparato a proprie spese gli americani, affidare alle prigioni dello Yemen i sospetti terroristi è come liberarli. Alcuni sono processati per finta, con la cura però di vestirli da carcerati nei giorni in cui si devono presentare alle udienze davanti a giudici compiacenti. Per altri sono organizzate evasioni di massa, come nel 2006, quando 26 condannati per terrorismo scapparono per poi ricomparire nei video di al Qaida. Dal 2005 il presidente Saleh, che è ora anche il referente dell’Amministrazione Obama sul problema terrorismo, tratta apertamente con gli jihadisti, e nel 2008 avrebbe anche stretto un “patto di non aggressione” con al Zawahiri.
Leggi Perché Obama bombarda l’alleato Yemen
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui