Che il summit sul clima di Copenaghen sarebbe stato un fallimento era chiaro fin dalle sue premesse. Che finisse così ingloriosamente forse no. Sono stati giorni di documenti segreti resi pubblici e smentiti, accuse reciproche tra paesi poveri e ricchi, mosse da sceneggiata napoletana (rappresentanti africani che lasciavano il tavolo degli accordi per tornare a sedercisi poche ore dopo), una passerella sotto tono di Al Gore che ha lanciato allarmi sullo scioglimento del Polo nord subito smentiti dallo stesso studioso citato dall’ex vicepresidente, proteste di attivisti ambientalisti che sfociano in scontri di manifestanti con la polizia che sfociano a loro volta nella solita teoria di fermati, arrestati, contusi, feriti e città bloccata (a farne le spese, mercoledì, anche il nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ferma per ore nel traffico). Il tutto con la neve che scende e le temperature inchiodate sotto lo zero, ironico e forse meritato contrappasso per una Conferenza che si propone di combattere il riscaldamento globale.
Nonostante una bozza di accordo raggiunto nella notte, ieri la Cina ha fatto sapere che a Copenaghen non si chiuderà alcun accordo. Sul fronte ufficiale il premier Wen Jiabao si è detto fiducioso di raggiungere il miglior risultato possibile, ma lo stallo dei negoziati era tale che tutte le speranze sono riposte nell’arrivo messianico di Barack Obama, giunto questa mattina. Ma è difficile che Obama accontenti i suoi fedeli. Come ha scritto il blog del Wall Street Journal dedicato al clima ieri, “Obama è il leader di quelli che hanno qualcosa nella disputa con quelli che non hanno nulla. E rappresentare gli interessi del proprio paese viene prima di qualunque preoccupazione ideologica”. Più che la sua volontà, sono le implicazioni politiche ed economiche degli accordi a impedire a Obama di mettersi alla testa del partito che fa la guerra alle emissioni. Nella fredda Copenaghen di questi giorni in ballo non c’è il futuro del clima che si scalda, ma i nuovi assetti di potere a livello mondiale.
Leggi L'analisi di Carlo Stagnaro
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui