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Cosa c'è dietro una lettera di Obama agli ayatollah iraniani

Secondo fonti iraniane del Foglio la diplomazia diretta della Casa Bianca non si è interrotta a giugno. Alla vigilia della commemorazione della presa dell’ambasciata americana, il presidente Barack Obama avrebbe inviato un’ennesima missiva a Khamenei. La giornalista Masih Alinejad ne ha dato conto in una lettera aperta alla Casa Bianca: “Signor presidente – scrive Alinejad – Se non è con noi, almeno non si schieri con loro. Per la seconda volta in cinque mesi lei ha scelto di schierarsi dalla parte delle Guardie rivoluzionarie, dei bassiji e delle forze conservatrici che hanno rubato i voti degli iraniani. Il 4 novembre ha scritto una lettera all’ayatollah Khamenei. Questa lettera che è stata tenuta nascosta ha incoraggiato l’apparato di sicurezza di Mahmoud Ahmadinejad a reprimere con ancora maggiore brutalità le forze antigovernative”.

I colloqui diretti con l’Iran non sono un tabù, Obama lo ha detto
ancor prima di buttarsi nella campagna elettorale e dopo l’elezione i suoi consiglieri si sono messi all’opera. La strategia della mano tesa ha avuto un inizio eclatante a marzo con il discorso di Nowruz ed è approdata agli incontri di Ginevra sul programma nucleare. Tra marzo e ottobre però tra Washington e Teheran c’è stato anche un primo scambio epistolare. Secondo il Washington Times, a maggio Barack Obama ha scritto all’ayatollah Khamenei. L’Amministrazione democratica non ha smentito e il portavoce della Casa Bianca ha concesso: “Abbiamo indicato da tempo che esiste una volontà di dialogo e cerchiamo di comunicare con gli iraniani con diverse modalità”. Teheran non soltanto ha ammesso di aver ricevuto questa lettera, ma ha lasciato intendere di avere ricevuto anche l’altra. Il 4 novembre la stessa Guida Suprema ha ribadito: “Il nuovo presidente americano ci ha mandato molti messaggi scritti dicendo giriamo pagina, cooperiamo”. In altre occasioni funzionari iraniani hanno confermato l’esistenza di almeno due missive di Obama indirizzate a Khamenei, ma le lettere in questione – una o due – apparivano antecedenti alle elezioni, alle manifestazioni e alla massiccia repressione che le ha seguite.

Il dipartimento di stato americano non conferma né smentisce.
La notizia è comparsa sul sito Planet Iran alcune settimane fa e l’attivista iraniana Banafsheh Zand Bonazzi ne conferma al Foglio la veridicità. Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council, controversa organizzazione che sostiene le ragioni del dialogo, dice al Foglio che “si tratta di una notizia davvero molto interessante, assolutamente plausibile”. Secondo Parsi, la renitenza a tenere aperto un canale diretto con Khamenei dovuta alla brutalità delle violenze post elettorali è venuta meno con l’inizio del processo negoziale di Ginevra. Quello finito con l’annuncio, da parte di Teheran, dell’avvio di altre dieci basi nucleari per continuare con l’arricchimento dell’uranio e il programma atomico.

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