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La cultura che sta a destra

Tra fondazioni e giornali, Fini e Berlusconi si distinguono sempre

Sia pure con un certa pomposità e con un profilo non sempre originale, Gianfranco Fini si dà da fare lungo la frontiera di quel territorio che a destra piace definire metapolitico. Il presidente della Camera si serve della propria fondazione FareFuturo per praticare una tessitura trasversale, fra contatti e ibridazioni culturali anche internazionali. In Italia Fini persegue il progetto di cittadinanza allargata assieme al pensatoio dalemiano di ItalianiEuropei, mentre all’estero triangola virtuosamente con le fondazioni dei popolari spagnoli di Aznar e dei conservatori britannici di Cameron, con la fondazione Adenauer della Csu tedesca e con altre realtà consanguinee di un network globalizzato.

Tutto ciò è facilitato dalla circostanza che Fini occupa, ma perché l’ha strategicamente voluta, la terza carica dello Stato. Nonché dalla sua adesione non soltanto retorica al patriottismo repubblicano e dal ricorso al giacimento intellettuale di autori “altri”, come Hannah Arendt e Simone Weil, combinati con incursioni calcolate nella costellazione del libertarismo laico e dell’universalismo illuminato visto come scudo protettivo dei diritti umani. A cominciare da quelli degli immigrati. Si aggiunge a questo un intenso lavorio complementare realizzato attraverso giornali, riviste e siti telematici capaci di bucare lo schermo della letteratura encomiastico-nostalgica tipica della vecchia destra. La pratica, per la verità, era stata istruita nei primi anni Ottanta dai “gramsciani di destra” radunati con altri obiettivi intorno alla così detta “cultura delle nuove sintesi” promossa in Italia da Marco Tarchi e, prima, in Francia da Alain De Benoist. Non a caso alcuni dei protagonisti di quella stagione, con accanto un discreto numero di alunni, figurano ai vertici del mondo-ambiente finiano e sono impegnati a dare forma coerente ed egemonica alla visione di cui l’ex capo di Alleanza nazionale cerca di farsi interprete. Il risultato è tutt’altro che disprezzabile.

La metapolitica finiana non necessariamente genera consenso elettorale, del resto non pare concepita con questo obiettivo, ma produce autorevolezza, attira interessi lontani ed esterni al proprio albero genealogico, agevola la promozione e la circolazione delle idee, induce al rispetto. E autorizza il legittimo sospetto che, se si volesse censire oggi il parco degli intellettuali organici al centrodestra, morto Gianni Baget Bozzo, si scoprirebbe senza troppe sorprese che la parte maggiore e più visibile di questi proviene dal paesaggio della destra post missina.

E’ un punto importante, perché chiama in causa l’attitudine e gli effetti speculari ma opposti conseguiti da Silvio Berlusconi. Non che il Cav. – che resta pur sempre l’Amor nostro – abbia il vuoto intellettuale intorno a sé. La fondazione MagnaCarta di Gaetano Quagliariello è un lascito prestigioso (e debitamente rianimato) dell’ultimo esemplare di un esperimento vecchio e sfortunato: Marcello Pera, uno dei “filosofi al Parlamento” del 1996 accanto a Lucio Colletti, Saverio Vertone, Piero Melograni, Vittorio Mathieu, Giorgio Rebuffa. Ma dal ’96 in poi, se si eccettuano i lasciti o il proposito berlusconiano di allestire un’università liberale in Brianza con a capo Tony Blair, che cosa si è fatto o progettato intorno al Cav.? Con un’iperbole si può rispondere che il miglior consiglio intellettuale ricevuto da Berlusconi sia stato quello di Dario Franceschini: celebra pure tu il 25 aprile. Il premier lo ha ascoltato, è andato in Abruzzo con al collo il fazzoletto tricolore partigiano e poco c’è mancato che fosse monumentalizzato in vita. Oltre a ciò rileviamo soltanto una serie di rotture culturali prepolitiche, istintuali, prelogiche addirittura.

La promozione di Michela Vittoria Brambilla
– felicemente complice il Foglio – da imprenditrice di salmoni a Giovanna D’Arco dei Circoli della libertà, e infine a ministro, non può certo bastare. Il Predellino telematico del generoso Giorgio Stracquadanio, così come l’Occidentale on line, esemplificano la martellante fisiologia berlusconiana; ne rappresentano la cifra immediata ma rischiano di costituirne il destino. E la recita meccanica del credo aziendale cui si consegnano i militanti del Cav. impoverisce l’ambizione a uscire dall’isolamento coltivata nell’esile pubblicistica di riferimento, come dimostrano l’Ircocervo o il fu Domenicale.
Obiezione: il berlusconismo è proprio questo, sregolatezza piramidale e consenso elettoral-televisivo di massa. Vero. Ma il consenso va anche amministrato e protetto incardinandolo nella dimensione della durata. Va fatto pesare qualitativamente attraverso un’intelaiatura che sopravviva all’usura dei colori di cui si compone l’immagine pittorica del vincente. Se oltre un certo limite Fini sconta oggi il pericolo di apparire caricaturale come una controfigura di Zagrebelsky, sotto lo stesso limite Berlusconi finisce per patire la propria eccezionalità.

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