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Fonti poco credibili e titoli per creduloni

Così nasce la bufala mediatico-giudiziaria della nave dei veleni

Il mistero calabrese di un relitto radioattivo inventato da un pentito e ingigantito dall’ambientalista collettivo

Chiuso il mistero della nave dei veleni: a largo di Cetraro, in provincia di Cosenza, adagiata su un fondale a quasi 500 metri di profondità, c’è una nave passeggeri, il Catania”. Pagina 26 di Repubblica di venerdì 30 ottobre, un piccolo riquadro di 13x9 cm, 21 righe accanto ai necrologi. Finisce senza gloria la bufala radioattiva cominciata il 13 settembre scorso quando in quella zona di mare davanti alle coste calabresi era stato individuato il relitto di una nave. Finisce dopo cinque anni dalle dichiarazioni rese nel 2004 dall’ex boss della ’ndrangheta Francesco Fonti, diventato collaboratore di giustizia, che aveva raccontato di tre navi fatte affondare per ordine della malavita nel mare tra Calabria e Basilicata: la Cunski (nelle acque di Cetraro), la Voriais Sporadais (affondata nelle acque di Gencano) e la Yvonne A (colata a picco nelle acque di Maratea Potenza).

Vista l’abitudine italiana di credere a priori alle parole dei pentiti, quando il 12 settembre i sonar e i robot hanno individuato il relitto, la catena mediatica si è srotolata in fretta: “Il relitto che svela la mafia dei veleni”, titolava a tutta pagina il Corriere il giorno dopo, così sicuro della notizia da sbagliare ripetutamente il nome del mercantile (“Cursky” invece che “Cunski”). “Calabria, trovata la nave dei veleni. E’ radioattiva, intervenga il governo”, faceva eco Repubblica, che il giorno dopo dedicava un’altra pagina intera alla notizia richiamandola in prima con tanto di fotografia, e in un riquadro assicurava che nel relitto squarciato “si vedono i bidoni con i rifiuti tossici” (“bidoni” che poi si riveleranno essere le prese d’aria). Altra pagina sulla Stampa (anche qui con richiamo ben visibile in prima): “Il mistero della nave tossica”, con articolo dell’inviata che così incominciava: “La nave dei veleni c’è davvero al largo della costa tirrenica cosentina. Ora nessuno può parlare più di sospetti o di voci”. Lo stesso giorno, una lunga inchiesta del Manifesto dava ancora più credibilità alle parole del pentito spiegando che “i dati della nave Cunski, ufficialmente smantellata il 23 gennaio 1992, sono assolutamente compatibili con quanto documentato dal robot sceso oggi nelle acque calabresi”. Così anche quasi tutti i quotidiani nazionali.

Giovedì 29 ottobre l’annuncio congiunto del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e del procuratore nazionale dell’Antimafia Piero Grasso: ad affondare al largo delle coste calabresi di Cetraro fu la nave passeggeri Catania, costruita nei cantieri navali di Palermo nel 1906 e silurata il 16 marzo 1917, nel corso della Prima guerra mondiale, dal sommergibile tedesco U-Boat U 64 nel viaggio di ritorno sulla tratta Bombay-Napoli. “Il caso è chiuso”, ha detto Grasso. “Il pentito Fonti è inattendibile”, ha sentenziato il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro Giuseppe Borrelli. “E ora chi ripaga la gente di Calabria?”, chiedeva ieri Avvenire in un editoriale. Per molti la verità era stata raggiunta con il ritrovamento del relitto un mese e mezzo fa.

Da tempo i pesci pescati davanti alle coste calabresi non si potevano più né vendere né comprare, per non parlare di immergersi in quelle acque per un bagno. Un effetto annuncio dannoso e retto sulle parole di un ex boss mafioso, che in una lunga intervista sull’Espresso del 24 settembre esultava per il ritrovamento. “Soddisfatto e amareggiato allo stesso tempo”, come lo descrive l’intervistatore Riccardo Bocca, Fonti lamentava che “per anni nessuno ha voluto ascoltare quello che dicevo ai magistrati. Ho sempre ammesso di essermi occupato dell’affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi”. E ancora: “Anche oggi che tutti mi riconoscono attendibile, devo affrontare una situazione assurda: vivo nascosto, senza protezione”. Quella di collaborare con la giustizia, dice “sereno”, è stata “una scelta di vita”. Fonti racconta i dettagli di come le cosche affondavano per conto dei politici le navi piene di rifiuti tossici (attività che sarebbe finita nel 1994 dopo l’uccisione in Somalia della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, vicenda legata ai traffici illegali di rifiuti a potenziale venefico) e aggiunge che “sui fondali della Calabria ci sono circa trenta navi”. La prova? Il fatto che il Cunski sia stato trovato proprio là dove diceva lui. Poi però il Cunski non era il Cunski, e si scopre che le ricerche al largo di Cetraro sono state fatte partire dalle indicazioni di alcuni pescatori: “Solo dopo che è stato trovato il relitto al largo di Cetraro sulla base delle segnalazioni dei pescatori, qualcuno ha associato le due cose e l’imbarcazione trovata a 500 metri di profondità è stata messa in relazione con le indicazioni di Fonti”, ha detto il procuratore capo di Catanzaro Vincenzo Lombardo.

Nel frattempo però la psicosi da nave dei veleni ha occupato spazio sui giornali. C’era chi vedeva “bidoni sospetti” anche sui moli dei porti calabresi, ad Amantea migliaia di persone scendevano in piazza per protestare, in Parlamento venivano fatte interrogazioni sulla base delle parole di Fonti, il Pd chiedeva di “porre in sicurezza il carico della Cunski”, la regione Calabria parlava di “incendio ormai divampato” e protestava con il governo “che interviene altrove”, battezzando il “ritrovamento del Cunski” come un segnale della necessità di continuare la ricerca di rifiuti tossici nella regione. Un allarmismo che ha colpito soprattutto l’economia locale, ha ricordato il ministro Prestigiacomo: “Tale accertamento deve indurre alla prudenza e alla responsabilità quanti fino a ora hanno procurato, senza avere riscontri attendibili, paura e allarme sociale, con gravissime ripercussioni economiche per la Calabria”. La scoperta della bufala raccontata da Fonti (e relegata a pochi trafiletti nelle pagine più imboscate dei quotidiani) non chiude, come ha detto Grasso “il caso dell’inquinamento in generale della Calabria”, ma restituisce all’opinione pubblica una visione più proporzionata della questione. La lotta al riciclaggio dei rifiuti tossici continua, magari con fonti più attendibili.

di Piero Vietti

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