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Così D'Alema si proietta in Europa

Al Foglio dice che non ci si autocandida, ma “vedremo”

La discussione sui nomi per la presidenza stabile dell’Ue prevista dal Trattato di Lisbona apre scenari anche per la carica di Alto rappresentante per la politica estera, il cosiddetto “ministro degli Esteri” europeo. Un papabile come Massimo D’Alema come si vede a capo della diplomazia dell’Ue? “Per quanto siano molte le novità introdotte da Lisbona, fra queste non c’è quella di potersi autocandidare. E’ una cosa che va esaminata dai decisori, che sono tanti. Vedremo”. Così ha risposto alla domanda del Foglio nel corso dell’incontro di ieri “Obama: one year later”, organizzato dall’Ispi e da Italianieuropei.

Una nota di Palazzo Chigi ha chiarito che “qualora emergesse in concreto la possibilità per l’Italia di ottenere l’assegnazione” della presidenza o del ministero degli Esteri “il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all’Italia un incarico di così alto prestigio”. Secondo alcune fonti, il comunicato è il frutto di una telefonata, avvenuta ieri mattina, tra D’Alema e Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

D’Alema nel pomeriggio ha detto di essere “onorato” e “grato” del fatto che il governo non gli farà opposizione. Tra tutti i relatori della tavola rotonda su Obama, D’Alema è quello che ha parlato più di Europa. Soprattutto della latitanza dell’Europa sulla scena internazionale, così quella di Obama finisce di essere “una dichiarazione unilaterale di multilateralismo” dal momento che mancano partner che si prendano le proprie responsabilità. La nomina di Blair a presidente sbriciolerebbe le ipotesi europee di D’Alema. E in effetti nel corso del suo intervento gli sfugge un accenno velenosetto a Blair. Criticando un certo provincialismo nostrano dice che “abbiamo cercato a lungo un Blair italiano; non l’abbiamo trovato e poi ci siamo disamorati anche del Blair britannico”. Un esempio, per la verità, esteso anche a Zapatero.

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