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L'Italia a chi la ama/1

Ecco perché diventare cittadini italiani, per chi ha pazienza, non è difficile

Ah se l’Umberto sapesse quali sono le domande che vengono fatte agli immigrati che aspirano a diventare italiani nella questura di Milano. Chissà che faccia farebbe il leader maximo del Carroccio che non pare disposto ad alcun compromesso sulla legge bipartisan Sarubbi-Granata all’esame dalla commissione Affari costituzionali della Camera per modificare e agevolare la concessione della cittadinanza italiana. Sì, perché anche se la legge istituita nel ’92 non lo prevede, nelle questure ormai la prassi è questa: si fa un breve quiz, improvvisato, deciso dal funzionario di turno, per capire il grado di integrazione dei futuri cittadini italiani e fra i quesiti a Milano c’è n’è anche uno sul sacro Po. Infatti se sono giovani, apparentemente preparati e magari con una laurea, viene chiesto loro qual è il fiume più lungo d’Italia. Così ci hanno raccontato i funzionari della questura milanese. E pare che tutti rispondano correttamente.

Certo, non si spingono a chiedere un’aria del Nabucco né a fare un esame di dialetto lombardo, ma chiedono quanti sono gli articoli della Costituzione e, quando sono in vena di umorismo, si divertono a interrogarli sul sommo poeta e chiedono se sanno chi ha scritto la Divina Commedia. Altrimenti si limitano a chiedere le motivazioni che hanno spinto giovani nati in Italia che hanno raggiunto la maggiore età o immigrati con una residenza continuativa di dieci anni (che hanno i documenti in regola, non hanno compiuto nessun reato e possono dimostrare di avere un reddito annuale che sia circa di ottomila euro, dodicimila con coniuge a carico più 1500 per ogni figlio) a voler diventare italiani. E le risposte sono sempre più o meno lo stesse. “Mi sento italiano”. “Amo l’Italia”. “Quando torno nel paese dei miei genitori mi sento straniero”. “Questa è la mia casa”. “Voglio avere il passaporto italiano ed essere finalmente libero di viaggiare”. A quelli che invece parlano un italiano stentato, e hanno una cultura generale più scarsa viene chiesto solo chi è il presidente del Consiglio. Va da sé che quando c’era Romano Prodi tutti tacevano, perché non lo sapevano, mentre da quando c’è il Cav., chissà perché, tutti hanno la risposta pronta. “Berlusconi”, esclamano, ci ha detto una funzionaria della questura molto spiritosa. “Una volta ho addirittura fatto una domanda di storia sul fascismo, ma insomma lui era un manager senegalese di un noto marchio della moda italiana, e sapevo di poter alzare il livello del colloquio”.

Ovviamente i quiz sono soprattutto rivolti agli stranieri immigrati che chiedono la naturalizzazione, perché per quelli che hanno sposato un cittadino/a italiano, sia per amore sia per convenienza, la strada è più semplice. Vale anche con il pacchetto sicurezza voluto dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, che vorrebbe limitare il business molto diffuso dei “falsi” matrimoni misti. Se prima infatti bastavano sei mesi di convivenza accertati in seguito alla celebrazione del matrimonio per richiedere la cittadinanza italiana, ora ci vogliono due anni di residenza legale e convivenza certa, ma in questo caso la concessione della cittadinanza da parte dello stato italiano è obbligatoria. E deve rispettare i tempi previsti dalla legge. Per tutti gli altri, invece la cittadinanza non è automatica, ma discrezionale, e quindi l’iter è lungo e macchinoso. E per questo motivo è oggetto di dibattito fra chi pensa che il criterio dello ius sanguinis sia ormai obsoleto, quasi vessatorio nei confronti degli immigrati di seconda generazione, e chi invece ritiene che l’integrazione debba procedere molto lentamente e con criteri molto severi.

La pratica per diventare italiani parte dalla prefettura, dove si raccolgono i documenti, e arriva in questura dove si fa un colloquio preliminare e poi si manda tutto a Roma al Viminale per gli accertamenti sulla fedina penale e le “note riservate” del Sismi, soprattutto quando si tratta di immigrati arabi legati a qualche moschea più radicale. Poi si chiedono informazioni ai paesi di origine e, se tutto è regolare, arriva il decreto di cittadinanza dalla presidenza della Repubblica. E tutto finisce nel comune di residenza con giuramento di fedeltà alla Repubblica, qualche pasticcino e due doni: il testo della Costituzione italiana e una bandiera tricolore che, qualche volta, finisce nel salotto di casa perché rappresenta un traguardo per niente scontato. Anche se può accadere qualche episodio che fa sorridere (e riflettere). Come è successo a Fatima, palestinese nata in Italia, laureata in Giurisprudenza. Al suo comune di residenza, quando ha ottenuto la cittadinanza le hanno regalato sì il testo della Costituzione, ma tradotto in arabo. E lei si è chiesta come mai, se era diventata cittadina italiana, dovesse leggere gli articoli della nostra Costituzione in arabo, manco fosse il Corano. E lei, che è musulmana praticante ha trovato buffo, financo stonato, questo gesto troppo politicamente corretto.

Coloro che si presentano in questura, questo è quanto ci hanno detto i funzionari della questura milanese, sono o appaiono davvero motivati. E se non ci sono elementi ostativi, dovuti a reati penali o a sospetti di pericolosità sociale, quasi sempre il ministero dell’Interno convalida il parere positivo delle questure. Secondo la piccola squadra della questura milanese, tre funzionari civili della polizia, tutte donne, è facile capire chi è integrato e chi non lo è. A loro, pare, basta poco. Certo, se qualcuno dice che vuole la cittadinanza italiana per evitare le eterne trafile all’ufficio immigrazione per il rinnovo del permesso di soggiorno, viene respinto perché la motivazione è debole, ma se chi arriva dimostra di avere, oltre che i documenti in regola, un minimo di attaccamento al paese in cui vive o in cui è cresciuto, deve solo avere molta pazienza perché l’attesa è lunga: dai due ai quattro-cinque anni. La prospettiva sulla legge della cittadinanza italiana istituita nel 1992, vista dalle istituzioni italiane, da chi esamina le pratiche e prende decisioni, è abbastanza indulgente. Infatti se qualcuno che parla un italiano stentato rimane nel limbo dell’incertezza, può essere richiamato dopo un paio d’anni per vedere se la conoscenza della lingua è migliorata e si riapre la pratica. Se invece la prospettiva è vista da esperti del diritto, che si battono a favore degli immigrati, allora il diritto alla cittadinanza in vigore pare obsoleto.

Sergio Briguglio, fisico, esperto di politiche dell’immigrazione, ritiene per esempio che la legge debba essere assolutamente modificata per tre ordini di ragioni. “Innanzitutto per i tempi di attesa: sono lunghissimi e vanno accorciati, e infatti la proposta di legge di Sarubbi-Granata mi sembra un ottimo compromesso”, spiega al Foglio. “Il più grande intoppo per ottenere la cittadinanza è la richiesta di continuità della residenza, un criterio che spesso si scontra con la precarietà di molti immigrati che cambiano indirizzo e si dimenticano di informare il comune o con il fatto che la pratica viene sospesa durate l’attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Ecco perché nella nuova proposta di legge la residenza continuativa è stata sostituita con il permesso di soggiorno continuativo. Chi nasce in Italia dovrebbe avere diritto a diventare italiano con maggior automatismo anche se con dei vincoli, come per esempio un arco di tempo di residenza legale dei genitori”, aggiunge Briguglio. “Mi fanno un po’ sorridere questi quiz improvvisati di italianità che si fanno nelle questure: se si vuole essere rigorosi, e verificare lo stato di integrazione dei richiedenti, allora i criteri devono essere seri. Ecco perché la nuova legge propone la concessione della cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia dopo un ciclo di studi. Lo ius sanguinis aveva un senso quando si voleva proteggere gli italiani che emigravano all’estero, ma la società è cambiata ed è arrivata l’ora di adeguarci”. Certo non è sempre così facile ottenere la cittadinanza. Se, come è capitato spesso, alcuni immigrati di origine egiziana chiedono la cittadinanza ma poi lasciano figli e moglie nel paese di origine perché è lì che vogliono tornare, allora la riposta è negativa. O se, come è successo, cittadini marocchini ammettono di preferire che i figli studino in scuole arabe o rimandano le loro figlie in Marocco perché abbiano un’educazione islamica, allora il parere non è favorevole.

O ancora: se, come è successo recentemente, una famiglia iraniana si presenta con l’interprete perché dopo molti anni di residenza i componenti non sanno ancora parlare l’italiano, la loro richiesta non viene neanche presa in considerazione. “Quanto agli attivisti islamici, dare un parere sulla loro integrazione è più difficile”, dice ancora un funzionario di un’altra questura interpellato dal Foglio. “Sono preparatissimi e spesso conoscono tutti gli articoli della Costituzione italiana”. Ma i dati parlano chiaro: sono pochissimi gli immigrati legali a cui viene respinta la richiesta di cittadinanza. Secondo i dati del Viminale, dal 1980 al 2007, i cittadini stranieri diventati italiani sono 246mila. E nonostante i tempi lunghi della burocrazia, sono pochissime le pratiche che vengono respinte: nel 2007 su 38.466 accettate, solo 564 sono state considerate inammissibili, mentre quelle respinte rappresentano una cifra irrilevante: 147. Nel 2008 invece i nuovi italiani sono stati ancora di più: 39.484. (Domani la seconda puntata)

di Cristina Giudici

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