Aleggiano sguardi sospettosi qui, nello Starbucks di Victoria Street, cuore politico di Londra, a due passi da Westminster. Tutti parlano a bassa voce, si allungano a leggere le labbra, e nello sforzo i pantaloni si arricciano, scoprendo il calzino corto. Si racconta che in mezzo ai “frappuccini” di questo microscopico Starbucks, a metà strada tra il quartier generale del Labour e quello dei Tory, politici e attivisti si siano improvvisati esperti di spionaggio. Si racconta che linee e piani d’attacco siano nati qui, così come lo slogan dei conservatori – “Stai pensando quello che anch’io sto pensando?” – che dà adito a ironie. Si racconta che Alastair Campbell, consigliere di Tony Blair, fosse solito schiacciare la faccia sul vetro per spaventare i conservatori.
In questa caffetteria-headquarter c’è un via vai continuo. “Sono tutti timorosi, non vogliono dire nulla di troppo”, spiega un ragazzo alla cassa. Ma se i programmi elettorali sono noti, se ormai si sa ogni cosa delle strategie e delle tattiche, perché tanto mistero? “Ci sarà qualche sorpresa prima del 5 maggio”, dice l’occhialuto cameriere. Dopo un’ora passata a incassare “no comment”, il sondaggio si assesta sul 4 a 4. Due ragazzi, con l’abito di lino anche se diluvia, che forse lavorano per il New Labour o forse no – “a kind of”, dicono – rispondono solo: “Tony Blair”. Poi entrano due signori, entrambi con la cravatta rosa e una vaga somiglianza con il leader conservatore, Michael Howard: lavorano alla porta accanto, nel covo dei conservatori. Un signore di mezz’età, seduto a un tavolo da solo, dice di essere capitato in Victoria Street per caso: “Voto Blair perché tre mandati possono cambiare un paese, e questo paese deve cambiare”.
Non si ritrova la stessa fiducia nella risposta di Charles, ragazzo dai capelli rossi, gentile e disilluso: “Voterò per il Labour, ma perché mi sembra il meno peggio”. Gli altri elettori di Howard sono di nuovo in coppia, e sbrigativi: “I Tory non dicono bugie, e abbasseranno le tasse”. Una ragazza mostra la spillina del Labour e dice di essere “innamorata” di Blair, “soprattutto adesso che è così abbronzato”; un signore altissimo voterà per Howard, “e smettetela voi giornalisti di dipingerlo come uno losco”; una coppia non andrà a votare “tanto è inutile” e un trio di signore in tailleur voterà compatto per i Tory. Alla fine il partito di Howard ha la meglio: 7 a 5. “Per forza – dice piano un anziano signore – questo è il covo dei conservatori”. Ma come, non è qui di fianco? “Sì, ma qui una volta ci venivano soltanto i Tory, poi i laburisti sono venuti a spiarli”. Sarebbe questo il segreto dello strano responso e delle parole sprezzanti del vecchio. Sorge un dubbio. Scusi, lei per chi vota? “Beh, per i Lib-Dems”, sogghigna. Maledette malelingue.
Attenti a Toynbee. “Facciamo un patto. Offro una molletta per i panni da mettere sul naso per ogni elettore riluttante del Labour che andrà alle urne perché sa che questo è il suo dovere, nonostante l’Iraq. Mandatemi il vostro indirizzo e vi farò avere una molletta di legno con scritto sopra: ‘Vota Labour’”. Questo è l’appello che Polly Toynbee, celebre columnist del Guardian, ha lanciato due settimane fa. Ieri una piccola noticina sul suo giornale raccontava che Toynbee è stata costretta ad andare dal suo fornitore di mollette, perché sono più di 260 gli elettori che hanno accettato il patto. La giornalista sembra aver sfondato una porta aperta, dando voce a chi “sta avendo problemi con se stesso” a votare Labour in queste elezioni, con “l’Iraq, Bush e altre centinaia di ragioni” che trasformano il voto in un dilemma personale. Il club fondato (involontariamente) da Toynbee ha già un nome: la “Brigata dei tappati-il-naso-e-vota-Labour” e ha anche un certo successo, visto che si moltiplicano i commenti – ancora ieri sul Financial Times – di chi sostiene che gli inglesi alla fine perdoneranno il premier Tony Blair per le sue brutture politiche. Toynbee ha ringraziato gli elettori che stanno accettando il suo appello, definendoli “riluttanti sì, ma saggi”.
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