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Diritti fondamentali

Il miglior modo per garantire l’autonomia della politica si chiama immunità

Il sistema politico italiano vede un evidente squilibrio tra i poteri, con una invasione di campo da parte dell’ordinamento giudiziario dello spazio riservato alla politica. In passato, grazie alla saggezza dei Padri costituenti, esisteva una barriera costituita dalla immunità parlamentare, che proteggeva gli eletti da interventi di poteri non elettivi se considerati promossi a scopo politico o di inimicizia. Palmiro Togliatti, in un primo tempo, si espresse anche contro la stessa istituzione di una Corte costituzionale, temendo che essa per interessi di classe conservatori bloccasse una legislazione avanzata sul piano sociale. Per lui, come per Alcide De Gasperi, quella che contava e che andava salvaguardata era la volontà politica espressa dalla rappresentanza nazionale riunita nelle aule parlamentari e sottoposta periodicamente alla verifica elettorale.

Com’è noto, quella difesa del sistema politico costituita dalle immunità fu travolta nell’anno della rivoluzione giudiziaria e un Parlamento intimidito e assediato mutò l’articolo della Costituzione, lasciando così campo libero alle intromissioni giustizialiste. Ora si vede quanto danno abbia prodotto quella decisione: almeno due governi sono caduti e due legislature sono state interrotte a causa di procedimenti giudiziari, il primo contro Silvio Berlusconi, il secondo contro la presidente del Consiglio regionale della Campania (la moglie dell’ex ministro Clemente Mastella), finite poi nel nulla dal punto di vista giudiziario perché basate su insinuazioni e sospetti non suffragati da prove.
Per ripristinare un sistema di protezione della politica non basta un’iniziativa della maggioranza, è necessaria una modifica della Costituzione sostenuta dai due terzi dei parlamentari, e – al di là degli aspetti tecnici – è evidente che sarebbe politicamente indispensabile il concorso parlamentare della maggiore forza di opposizione. I dirigenti del Partito democratico debbono scegliere se assumersi la responsabilità di lasciare la politica italiana sotto scacco, com’è da almeno quindici anni, o se correre il rischio di un confronto costruttivo su un tema così delicato, che implicherebbe una rottura con i settori giustizialisti (il che rappresenta un evidente costo politico).

Se non basta loro il richiamo all’ispirazione politica e istituzionale dei costituenti, dovrebbero tener conto del fatto che un sistema di immunità vale anche nel Parlamento europeo, meccanismo del quale, peraltro, hanno goduto in passato esponenti democratici di primo piano come Massimo D’Alema o Romano Prodi. Se le regole che vigono a Strasburgo per consentire di processare i parlamentari dopo un esame dell’apposita Commissione appaiono più convincenti, bene, si può partire da lì. Quello che non va è che in privato, e in discorsi di circostanza, si ammetta che il tarlo giustizialista rode le basi della democrazia politica italiana, ma poi si trova sempre un pretesto polemico per non affrontare il problema alla radice.

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