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Cronaca preventiva dell’appassionante (e misterioso) prossimo incontro tra i delegati del Pd

I candidati alla segreteria si incontreranno domenica prossima in un hotel romano e sanciranno quello che è stato già magnificamente sancito

Uno è già primo, l’altro è già secondo, il terzo è già terzo, ma perché serva una riunione fisica in pompa magna, domenica 11 ottobre, per sancire con tre-discorsi-tre la classifica congressuale Bersani-Franceschini-Marino – quella uscita dalle assise locali del Pd – è uno dei misteri dello statuto pensato dai padri costituenti del partito, seppure in tempi di grande ottimismo democratico veltroniano. Che cosa si vedano a fare, i delegati del Pd, in un defilato hotel aeroportuale (catena Marriot) di Roma, ad ascoltare zitti zitti i tre che parlano sapendo già di essere il primo, il secondo e il terzo del congresso, anzi di metà congresso, ché le primarie ancora incombono – è domanda aleggiante nelle menti dei delegati stessi nonché degli osservatori pronti a rinchiudersi nella sala stampa (unico luogo a loro accessibile, manco ci fosse il rischio di voltafaccia documentabili da intrusi e/o giornalisti). “Lo prevede lo statuto”, dicono sospirando i delegati stessi: tra  i congressi di circolo e le primarie ci dev’essere la convenzione. Il congresso non si chiama neppure congresso, questa domenica, ma assume (per statuto) il nome di un’assemblea da Francia rivoluzionaria.

E insomma: è un congresso ma anche no.
E’ tutto già deciso ma anche no. Forse le primarie possono ribaltare tutto ma anche no – “anche se con il voto aperto a chiunque, pure a gente dell’Idv o del Pdl che magari vuol fare un dispetto”, dice esacerbato un delegato bersaniano, “vai a capire che cosa può succedere”. Fatto sta che, nell’attesa, la convenzione appare oggi, a sogno veltroniano spezzato, un ingombro piazzato sulla via delle primarie. C’è chi vorrebbe andare e fare rumore in platea per “svegliare l’opposizione” (parola di delegato franceschiniano), chi andrà già annoiato, chi si chiede “chi me lo fa fare di andare laggiù? Tanto ha vinto” (parola di anziano delegato ex Pci-Pds-Ds, proferita durante un comizio di Bersani, lunedì scorso a Roma). Chi si chiede perché siano stati diramati inviti a sindaci e parlamentari italiani ed europei se tanto una vero dibattito non c’è.
In verità il borbottio sullo statuto riemergeva, qualche giorno fa, anche all’interno del partito, e precisamente in un’intervista di Franco Marini (che potrebbe diventare presidente del Pd dopo le primarie e che un giorno ebbe a dire: “Solo il dottor Stranamore poteva uscirsene con un simile statuto). “Chiederò”, diceva Marini, “in occasione della Convenzione dell’11 ottobre, di mettere in piedi una commissione che inizi ad analizzare le contraddizioni di questo Statuto e affidi alla nuova Assemblea la soluzione”. Il problema è di primaria importanza, secondo Marini, “perché lo Statuto ha un’enorme contraddizione: potrebbe capitare che dal voto del 25 ottobre venga fuori un candidato con il 49 per cento e che, tornando in Assemblea, si ritrovi in minoranza”.

Se, come sembra, la commissione suddetta sarà a maggioranza bersaniana, composta cioè in base alle percentuali ottenuti dai tre candidati ai congressi di circolo (la mozione Bersani ha racconto il 55, 13 per cento, la mozione Franceschini il 36, 5 per cento e la mozione Marino il 7, 99), l’esito della discussione pare scontato: si sa che Bersani non è un fan dell’elezione del segretario a mezzo primarie e che anzi vorrebbe dare più peso agli iscritti. Che questo sia il preludio di una possibile archiviazione delle regole finora seguite oppure no, l’appuntamento di domenica non suona neppure come il momento principale dello scontro pre-primarie – ché il confronto a tre pare avverrà il 16 ottobre, davanti alle telecamere di youdemtv. E però qualcuno si preoccupa (“vorrei sentir dire dagli esponenti della mozione Bersani che se Dario Franceschini vincerà le primarie sarà il segretario di tutti”, dice Marina Sereni).

Intanto il trio congressuale, dai rispettivi siti internet e blog collegati,
pur cercando di non attutire la grancassa sull’importanza delle assise locali (in modo da non fiaccare oltre ogni limite il morale dei poveri delegati), fa campagna per il 25 – tantopiù che alle primarie possono votare anche giovani sedicenni in possesso di carta d’identità e immigrati con permesso di soggiorno. Motivo d’orgoglio del Pd degli esordi, questo, che ora rischia di trasformarsi in zavorra. Bersani, comunque, forte del primo posto in classifica e dell’invio di un questionario con domande a risposta multipla per sondare l’elettorato democratico, ha lanciato lo slogan poi soprannominato dai congressisti più smaliziati “guanta-la-mela”: trattasi di inviare al sito dell’ex ministro una foto con mela in mano, per dimostrare, come richiesto sul sito stesso, di essere pronti a “cogliere la mela”, cioè il consenso perso da Berlusconi (lo spunto è una battuta di Bersani a Ballarò, e già numerosi sono gli elettori bersaniani mela-muniti).

Franceschini, dal canto suo, forse non fidandosi del tutto delle voci
che lo vedono addirittura a un passo dal pareggio alle primarie, se n’è uscito ieri con una frase dall’allure dipietrista: “Più italiani verranno nelle piazze il 25 ottobre, più forte sarà la nostra opposizione, più forti saremo tutti insieme per respingere gli attacchi vergognosi alla nostra Costituzione” – come a voler attirare nei circoli, domenica 25, quelli che per la sola causa Franceschini (o anche per quella del Pd tout court) non si sarebbero neppure mossi da casa. Resta da vedere se poi i consensi li otterrà Franceschini alle primarie o Antonio Di Pietro alle prossime elezioni. Ignazio Marino, nel frattempo, lancia sul web inviti al cinema a nome dell’omonima mozione. Il film è “Videocracy”, e anche in questo caso l’intento pare quello di attirare lettori di Repubblica in massa – quelli che inorridiscono solo a sentir parlare di tv, vallette, valletti, fabrizicorona e simili.

di Marianna Rizzini

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