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The next prime minister

Al congresso dei Tory va già a ruba lo champagne. Ma Cameron vuole di più, ecco che cosa

Una volta Evelyn Waugh disse che i conservatori britannici erano stati al potere per anni e anni, ma “never set the clock back a single minute”, non erano mai cambiati, non avevano mai osato, non erano mai stati reazionari, né rivoluzionari. David Cameron ieri è salito sul palco di Manchester, al congresso dei Tory, con l’obiettivo di smentire il motto di Waugh e, soprattutto, di dimostrare che dietro a una macchina elettorale studiata in ogni suo dettaglio c’è anche un’idea. Nei giorni scorsi aveva appiccicato al suo “conservatorismo” l’aggettivo “moderno”, per andare sul sicuro: ha poco più di quarant’anni, Cameron, da giovane si faceva le canne in quel di Eton e Oxford, oggi va in giro in bicicletta, ha tanti amici gay ed è in perfetta sintonia con l’uomo nuovo oltreoceano, il mitico Barack Obama. Ovvio che è moderno (bastava osservare i militanti più attempati che non sono riusciti a levarsi l’aria soavemente spaesata). E non poteva mancare Bono degli U2, con un video sorpresa pochi minuti prima del discorso del leader (“Chi dobbiamo votare – si lamentava il responsabile della sezione politica dello Spectator James Forsyth – per eliminare Bono dalla nostra politica?”).

Alla fresca e frivola modernità della sua leadership, ieri il capo dei Tory ha aggiunto la concretezza di un messaggio, il senso del suo tanto citato “conservatorismo progressista e compassionevole”, quel mix di destra e politically correct che sta prendendo piede – in forme diverse – nell’Europa continentale, con l’ouverture di Nicolas Sarkozy e con l’applauso radical chic a Gianfranco Fini. La ricetta di Cameron prevede meno stato, più responsabilità alle famiglie, alle comunità, alla società; più tasse ai ricchi e meno fardelli fiscali ai più poveri. Soprattutto prevede tantissimo Cameron, perché è lui – e al momento soltanto lui – la forza dei nuovi conservatori. Ha attaccato il ruolo dello stato dopo la cura Blair-Brown (“Il Labour sostiene che per risolvere i problemi del paese c’è bisogno di più stato. Ma non lo vedono? E’ stato il troppo stato a portarci a questo caos”) e ha detto che lui non è affatto un uomo complicato, che il suo dna è fatto di “famiglia, comunità, nazione”: se queste sono più forti – e con il governo conservatore saranno più forti – non ci sarà bisogno di uno stato paternalista che si prende cura di tutto, e che toglie senso di responsabilità agli individui. La strada per aggiustare un’economia e una società al collasso è lunga ma – ricordate Reagan e la collina? – “la vista dall’alto ci dimostrerà che ne è valsa la pena”.

Si è potuto concedere maggior ottimismo, Cameron, perché la parte del bruto aveva già deciso di lasciarla al suo braccio destro, l’amico di una vita George Osborne. E’ stato il discorso “magnifico” del cancelliere dello Scacchiere ombra, martedì, che ha marcato la svolta – “radicale”, la definisce l’Economist, “debole”, la definisce il Wall Street Journal – del congresso dei Tory e della campagna elettorale in vista del voto della primavera dell’anno prossimo. Sfidando tutte le teorie della comunicazione che spiegano quanto sia rassicurante una mezza bugia rispetto alla severa verità, Osborne ha detto che la cura per la ripresa sarà amara e dolorosa. E’ l’austerità, bellezza. Per ripianare un buco che in quest’anno fiscale è pari a 280 miliardi di dollari (il 12,4 per cento del prodotto interno lordo), ci saranno tagli alle spese, il congelamento dei salari del settore pubblico a partire dal 2011, l’allungamento dell’età per la pensione, la sospensione di agevolazioni fiscali per la middle-class e l’aumento delle tasse ai più abbienti. Non è semplice vincere le elezioni dicendo ai cittadini che dovranno pagare di più per ricevere di meno (e per risparmiare soltanto l’un per cento di quanto necessario), ma il duo Cameron-Osborne ha corso il rischio della sincerità. Il primo impatto è stato virtuoso: i laburisti al governo hanno proposto piani (molto simili) sul congelamento dei salari del settore pubblico, dando così forma al loro progetto che finora era stato goffo e improvvisato. Il messaggio è stato recepito, e ieri le Poste hanno votato a favore di un megasciopero da qui a Natale che minaccia l’intero sistema di consegne del paese.
Osborne ha fatto il poliziotto cattivo e Cameron il poliziotto buono, con un discorso umano e allo stesso tempo grondante di retorica buona per la base del partito, per i giovani e soprattutto per gli elettori laburisti.

La campagna sarà dura, governare ancora di più,
ma David Cameron ce la mette tutta per sembrare incoraggiante. Non fa promesse che non può mantenere, non vuole sprecare un mandato con l’ossessione di essere in campagna elettorale permanente (“e questo era Blair”) né intende trasformare ogni decisione in un calcolo politico (“e questo è stato, è Gordon Brown”). Cameron è l’asset migliore del Partito conservatore, lo sa lui e lo sanno i suoi. Il suo team o non è stato ancora testato – perché giovane e dietro le quinte – o appartiene a quella vecchia leva che ha contribuito al collasso dell’ultimo decennio. I sondaggi rivelano che Cameron è molto più amato del suo partito e certo questo potrà essere, a un certo punto, un problema. Al momento la sua capacità di emozionare – quando parla di suo figlio Ivan morto a febbraio, di sua moglie, delle opportunità che ha avuto lui e che vuole siano date a tutti i bambini d’Inghilterra, Eton costa 28 mila sterline l’anno, però – ed entusiasmare è quanto di più forte hanno i conservatori. Anche se non è ancora sufficiente per comportarsi da vincitori (aboliti tutti i toni trionfalistici, anche perché nell’ultimo sondaggio YouGov il vantaggio dei Tory sul Labour è passato da 13 a nove punti percentuali), pure se quella musica – “I’m a believer” – ha fatto scrivere al più irriverente dei blogger conservatori, Guy Fawkes: “Questo partito è davvero convinto di vincere”.

Come ha sottolineato Andrew Rawnsley, editorialista dell’Observer, nell’endorsement ai conservatori il Sun non ha messo in copertina il volto di Cameron ma quello di Brown, con la scritta: “Il Labour ha perso”. Quando il tabloid di Rupert Murdoch appoggiò il nuovo ed eccitante Tony Blair, ci mise la (sua) faccia. Qui sta la differenza più grande tra l’avventura del laburismo e quella che stanno iniziando oggi i conservatori dopo dodici anni di opposizione. Cameron ha sei, sette mesi per creare quell’effervescenza che accompagnò la marcia trionfale di Tony Blair e diventare così il partito che vince e non quello che prende inevitabilmente il posto del partito sconfitto. Per farlo non deve soltanto giocare la sua partita personalmente – questo lo fa già benissimo, quando parla della sua famiglia, di quando porta sua figlia a scuola e pensa che ogni soldo del paese debba essere speso per aiutare lei e gli altri bambini a crescere, e crescere bene, quando ricorda le notti al pronto soccorso con il figlioletto malato tra le braccia e pensava che il sistema sanitario britannico è quanto di meglio si possa desiderare – ma anche creare una “narrative”, una storia, un progetto cui affezionarsi.

Ieri ha iniziato. “Avremmo potuto venire qui a Manchester e giocare in sicurezza. Ma il nostro partito non è fatto così e certo io non sono fatto così”. Bisogna osare, ma al fondo Cameron osa soltanto su se stesso, non sulle idee, non sui dettagli, non sul programma. Dice perché essere conservatori è bello, e lo fa in un modo che possa piacere alla base tradizionale del suo partito, a quella giovane (che è, secondo gli studi, superthatcheriana), a quella laburista. E al fondo resta che Cameron ha fatto un gran bel discorso su Cameron.

Le aspettative erano altissime. In parte non sono state deluse
, anche perché l’emergenza economica è allo stesso tempo un’aggravante e un alibi. Rende impossibile grandi progetti, ma permette anche di restare nel solco del rigore fiscale, senza osare quella formula reaganiana e thatcheriana che ancora spaventa gli eredi. Cameron ha cercato di metterla nel modo più diretto possibile: “Credo in cose semplici, in cose come la società, che non è la stessa cosa dello stato. Nel fatto che ci sia un ‘noi’ nella politica e non soltanto un ‘io’”. Concludendo il suo lungo e articolato discorso, ha spiegato quel che vuole dire per lui essere oggi un conservatore britannico, ha fatto la sua promessa: “Posso guardarvi negli occhi e dirvi che, in un’Inghilterra conservatrice, se fai di tutto per guadagnarti il tuo stipendio, starai meglio; se risparmi per tutta la tua vita, sarai remunerato; se costruisci un’impresa, il governo sarà al tuo fianco; se vuoi mettere su famiglia, ti sosterremo; se hai paura, sarai protetto; se metti in pericolo la tua sicurezza per combattere un crimine, ti difenderemo; se rischi la vita per combattere per il tuo paese, ti onoreremo. Chiedetemi per che cosa un governo conservatore si batte e vi risponderò che premieremo chi si assume le sue responsabilità e ci prenderemo cura di chi non potrà farlo”.
In questa sintesi sta il conservatorismo compassionevole e progressista dei Cameroons. Bisogna lavorare, e lavorare duro, assumendosi rischi e responsabilità: all’iniziativa degli individui, delle famiglie e della società lo stato risponderà con più sicurezza e più garanzie di miglioramento delle proprie condizioni, soprattutto della famiglia, e le coppie sposate saranno favorite.

Ora però l’emergenza impone sacrifici e austerità.
Ed è qui che Cameron osa un po’ – riduce il peso dello stato – ma non troppo – le tasse non saranno tagliate. E l’attenzione ai poveri, al sistema sanitario nazionale (che non sarà certo ridotto ai minimi termini, con i conservatori ci sarà “oggi, domani, sempre”), ai deboli, alle e-mail che arrivano e raccontano di serate passate sul divano avvolti in coperte a guardare fuori dalla finestra come se fosse una televisione, serve anche per lasciare definitivamente alle spalle – chissà se sarà mai possibile – la più pesante delle critiche: sei troppo ricco, hai avuto troppi privilegi per comprendere che cosa pensa la pancia del paese.
In questi giorni di Manchester i detrattori di questi conservatori benestanti e dissoluti hanno tentato in ogni modo di sottolineare l’incongruità di un ricco che parla di austerità: Cameron è stato immortalato con un bicchiere di champagne in mano e scandalo! (Sul blog dello Spectator c’è stato un dibattito sulla questione, in cui si è arrivati a spiegare che alla festa cui partecipava Cameron non servivano altro che champagne, che cosa poteva fare, morire di sete?). Poi si è scoperto che ha partecipato più volte alla caccia alla volpe e scandalo! E sempre aleggiava la tremenda foto che lo ritrae giovane e sfrontato con i compagni di università di cui molti oggi sono i più fedeli consiglieri di questa avventura, scandalissimo!

Cameron si è dovuto destreggiare tra il marchio di fabbrica
(uno di Eton), il piano severo messo a punto da Osborne (uno di Eton pure lui, e incapace di sorridere) e un governo che, dopo così tanti anni di potere, è un facile bersaglio. E’ cresciuto, e dice senza che qualcuno possa interpretare male che “bisogna smetterla di trattare gli adulti come bambini e i bambini come adulti”, è questa la perversione della società inglese. Ha sfoderato due armi con cui ha già dimostrato la sua grande abilità: il sostegno alla guerra in Afghanistan, con eventuale invio di truppe e con un’attenzione speciale all’equipaggiamento (l’ex capo di stato maggiore Richard Dannatt supercritico con Brown è stato arruolato a pieno titolo tra i Lord e nel team conservatore); la lotta agli eccessi della politica, con congelamento dei salari a partire dai ministri e dai parlamentari. Soltanto così si potrà arrivare al sogno finale, all’Inghilterra che Cameron immagina così: “Vedo un paese in cui più bambini crescono nella sicurezza e nell’amore perché la vita della famiglia è una priorità. Vedo un paese in cui puoi scegliere le cose più importanti della vita – la scuola dei tuoi figli  e le cure che vuoi avere per la tua salute. Vedo un paese in cui le comunità si governano da sole, organizzando i servizi locali, indipendenti da Whitehall, una grande redistribuzione del potere alla gente. Vedo un paese con imprenditori dappertutto, con le idee per la loro vita e per le cittadine e le città del paese. Vedo un paese in cui non conta soltanto la quantità di soldi, ma la qualità della vita – guideremo il mondo nel salvataggio del nostro pianeta. Vedo un paese in cui non hai paura a tornare a casa da solo, in cui sai che quel che è giusto e quel che è sbagliato è deciso dallo stato di diritto. Vedo un paese in cui i bambini più poveri vanno nelle scuole migliori, non in quelle peggiori, in cui nascere non è mai una barriera”.

Questo è il moderno, compassionevole, progressista conservatorismo dei Cameroons. E’ l’esatto contrario di quel che hanno fatto i laburisti: “Chi ha reso i poveri più poveri? Chi ha fatto esplodere la disoccupazione giovanile? Chi ha aumentato le diseguaglianze? No, non i cattivissimi conservatori – ha urlato Cameron, alzando il dito – Ma voi laburisti, siete stati voi a fare questo alla nostra società”. I poveri sono quelli che più stanno a cuore a Cameron e gli applausi riservati alla nomina di Iain Duncan Smith come capo crociata antipovertà dimostra che Cameron non è solo in questa battaglia. La grande differenza con il discorso di Margaret Thatcher del 1979 è raccolta in una frase: “Trent’anni fa questo partito vinse un’elezione combattendo contro il 98 per cento di aliquota marginale ai ricchi. Voglio che mostriamo ancora più rabbia nel combattere il 96 per cento di aliquota marginale ai più poveri”. Il Times ha preso i due discorsi, li ha messi insieme e ha detto ai suoi lettori: giudicate voi da soli le differenze.

di Paola Peduzzi

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