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I nuovi politici omosex hanno fatto scordare l’antico “potere gay”

The D-Gay

Il brindisi di Westerwelle, il discorso di Mandelson, i sindaci di Parigi e Berlino in odore di leadership e le scopiazzature tory

Dopo la lunga e (ancora incerta) ascesa delle donne al potere nelle democrazie occidentali; dopo l’affermazione delle minoranze etniche o regionali a richiamare spazio per le loro tesi basate sull’identità culturale, eccoci arrivati sulla pista di decollo di un terzo e sempre magnifico gruppo di “outsiders” – emarginati – che sono riusciti a imporsi come protagonisti politici alla stregua (o persino con qualche marcia in più) dei loro compagni di partito eterosessuali. State pronti per la stagione nuova del Pink Power, ossia degli omosessuali “out”, che vivono la propria sessualità alla luce del sole, che ormai non sono più nelle “darkroom” (quelle degli incontri fugaci al buio di certi locali gay), ma nella stanza dei bottoni del Potere con la “p” maiuscola. Non è più il “gay power” stridente dei militanti “single issue”, la cui presenza politica era definita dalla propria sessualità e il cui programma era soltanto “aiutare la causa”, come certi militanti à la Peter Tatchell, l’uomo che cercò di fare un “citizen’s arrest” al dittatore africano più omofobo, Robert Mugabe, l’unico occidentale ad aver avuto il coraggio di assaltarlo. Sono politici di primo piano, la cui sessualità è – più o meno – soltanto un dettaglio della testimonianza politica. Negli ultimi giorni abbiamo assistito in Europa al trionfo di due figure di spicco della “Gay list” (che fa rima con la “A list”, l’elenco ideale dei vip e della gente splendida), che sono saliti alla posizione di “numero due” dei loro rispettivi governi.

C’è il gelido Peter Mandelson, che da sempre aveva cercato di tenere la sua sessualità in disparte (“la mia vita sessuale è privata ma non è segreta”, disse alla Bbc nel 1999, in seguito al clamoroso outing in diretta da parte del giornalista e consigliere di Margaret Thatcher, Matthew Parris), ma che negli ultimi anni si è sciolto e si è visto finalmente amato e riconosciuto come vero eroe del Partito laburista britannico. Si è pure presentato ai compagni al congresso di Brighton con un discorso esuberante e ammiccante alla propria gayaggine. C’è poi Guido Westerwelle, leader dei liberali tedeschi, che dopo anni passato da politico più chiacchierato per il suo silenzio (“in Germania di queste cose non parliamo apertamente”) sancì la sua identità sessuale nel luglio del 2004. Si presentò alla festa dei 50 anni dell’amica e oramai collega di governo, Angela Merkel, con il partner, l’uomo d’affari Michael Mronz, seguendo un copione molto comune in nazioni più tranquillamente liberal quali l’Olanda o i paesi scandinavi, dove i deputati o consiglieri comunali “out” sono all’ordine del giorno da oltre vent’anni. Più ancora di Mandelson, Guido (che si pronuncia in tedesco Ghi-do, ma alcuni chiamano Gay-do) si è lasciato così andare durante la campagna elettorale che ha fatto molte battute sui propri gusti da “schwer”. Da numero due del futuro governo Merkel, nel quale sarà non soltanto vicepremier, ma con tutta probabilità ministro degli Esteri, lo vedremo in giro per il mondo a incantare alcuni, e inorridire altri.

Nella “Gay list” ci sono già alcuni sindaci importanti, come Klaus Wowereit, burgmeister di Berlino che ora si è posizionato in pole position nella corsa (a mille ostacoli) per la leadership dei socialdemocratici tedeschi, dopo la sonora sconfitta di domenica scorsa. Al municipio di Parigi regna sempre l’imperturbabile Bertrand Delanoë, che pure senza la presenza fisica prestante di Wowereit è un’ottima risorsa per il Partito socialista disegnato dal libertino (etero) François Mitterrand, nel caso venisse meno l’entusiasmo per le dame in prima fila, Martine Aubry e Ségolène Royal. Se Delanoë dovesse provarci, il successo di Westerwelle e Mandelson sarà di ottimo augurio. E forse sarà coadiuvato dall’incoraggiamento da parte del nipote del vecchio François, l’ex presentatore televisivo Frédéric Mitterrand che ora fa il ministro della Cultura nel governo di Nicolas Sarkozy, in un gesto che sarà bipartisan ma soprattutto omosolidale.

In seguito alla vittoria del 1997, in linea con il programma dei vari governi Blair che hanno tolto ogni divieto sociale per chi tende al “same sex”, ecco una serie di ministri e deputati di spicco della tendenza rosa, a partire dall’ex ministro della Cultura britannico, Chris Smith, che fu il primo omosessuale a portare il compagno a cena a Buckingham Palace, con grandi sorrisi di tutti (il principe Filippo sghignazzava). Ora quello stesso ministero è occupato dall’ex cronista della Bbc Ben Bradshaw, che divenne il primo ministro europeo di spicco a “sposarsi” con il proprio compagno. E così, di potere in potere, imitando il suo idolo Blair, il prossimo governo del conservatore David Cameron sarà costellato dai suoi molti amici gay (Nick Herbert, Nick Boles e Ivan Massow sono fra i suoi consiglieri più intimi).
Però, siamo alle solite: essere un “out gay” vuole dire militare in un partito di sinistra, o quanto meno liberale. Quelli di destra (o cattolici di ogni tipo) si nascondono. Non è vero sempre: in un paese dove i gay lib-lab stanno al potere locale, parlamentare, regionale da molti lustri, spicca il caso del giovane ministro dell’Economia del terzo governo Balkenende, di solida formazione cattolica, Joop Wijn, classe 1969. Il precedente olandese, breve ma splendido, è quello di Pim Fortuyn, il leader della destra anti immigrati assassinato nel 2002. E che dire invece dell’austriaco Jörg Haider, morto in un incidente d’auto nel 2008, che nominò il suo giovanissimo amante Stefan Petzner, 26 anni, leader del suo partito?

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