IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
accesso abbonati
ArchivioLa giornata

La guerra d’attrito si vince sottraendo due fattori materiali

I talebani sono invincibili?

“Negli scontri diretti ne uccidiamo a decine”, dicono gli inglesi. Ma i guerriglieri hanno scelto la strategia opposta: logorare il nemico

La guerra contro i talebani è vincibile? Sì. I guerriglieri sono meno numerosi delle truppe occidentali impegnate in Afghanistan, e anche meno dei poliziotti e dei soldati afghani. Le stime sulla loro consistenza variano a seconda delle fonti, ma non si supera mai il numero di ventimila combattenti. Pari a un quinto del contingente americano e Isaf: i talebani sono così pochi che potrebbero sedersi tutti nel palazzetto dello sport di una piccola città italiana. Il loro controllo sul territorio non è così esteso come si percepisce dall’Europa. L’International Council on Security and Development passa ai giornali mappe prive di senso “sull’infestazione talebana del paese”. Per esempio, una provincia è dichiarata in pieno controllo dei talebani e colorata di rosso se c’è almeno un fatto violento ogni settimana. Ma l’Afghanistan è un narcostato pieno di armi, i fatti violenti sono all’ordine del giorno: e applicando questo standard anche una grossa città americana risulterebbe “in controllo dei talebani”. Un altro problema è il livello di preparazione dei guerriglieri. Molto scarso, a detta di chi li ha affrontati in combattimento, e sicuramente non paragonabile a quella dei soldati. “Sono assoldati a dieci dollari al giorno, ma non valgono molto di più”, dicono le truppe britanniche giù a Helmand, che parlano per esperienza diretta: nei fondovalle coltivati a granturco i combattimenti sono così ravvicinati che i nemici si ascoltano a vicenda mentre parlano nelle radio. I talebani non coincidono tutti con i leggendari mujaheddin che sconfissero i sovietici negli anni Ottanta.

Molti di quelli appartengono all’etnia del nord, i tagichi, che però oggi si oppone fieramente ai talebani, che arrivano da sud. In molti casi, i talebani sono la generazione ventenne nata dai tre milioni di profughi afghani che cercarono scampo dalla brutalità dell’Armata Rossa e crebbe nei campi, dove l’unica istituzione benevola era quella degli enti religiosi islamici e dove non c’erano scuole, ma madrasse: da qui il nome, talebani, gli studenti. Nel 2001 questi talebani hanno sgualcito, per non dire peggio, quell’aura di coriacea invincibilità ereditata dai loro padri sgombrando subito il campo davanti a poche squadre di forze speciali americane – che si limitavano quasi a guidare gli aerei e gli elicotteri sugli obbiettivi – e davanti all’avanzata della ringalluzzita Alleanza del nord. Fino al giugno 2002 i soldati stranieri in Afghanistan erano meno di 10 mila: un decimo rispetto a oggi. Ci sono voluti quattro anni di distrazione da parte dell’occidente e di non sorveglianza militare per aprire ai talebani – finalmente riorganizzati oltreconfine, in Pakistan – la strada del ritorno. Un paio di sandali ai piedi e in mano un Kalashnikov, spesso una replica cinese o egiziana. “Negli scontri diretti ne uccidiamo a decine – dicono gli inglesi – tutti quelli che si fanno avanti”.

Il problema generale è questo: negli scontri diretti. Ma i talebani hanno naturalmente scelto la strategia opposta. L’attacco contro i paracadutisti della Folgore ne è l’esempio più chiaro: il terrorista ha atteso il momento giusto, prima aspettando per giorni all’interno di una casa sicura e poi nel traffico, mescolato alla popolazione di Kabul, indistinguibile tra le altre macchine; a dispetto dell’equipaggiamento sofisticato a disposizione degli italiani – comunicazioni satellitari, elicotteri d’attacco, blindati – l’attacco è stato letale e ha sortito il massimo effetto politico con uno sforzo bellico ridotto. E’ la guerra d’attrito. I talebani non riescono a prevalere sui soldati, ma riescono a proiettare su di loro e sulla popolazione afghana l’ombra di un conflitto disperante, vischioso, eterno. All’esterno, puntano a logorare l’appoggio politico in patria alle missioni militari occidentali, con uno stillicidio di blitz violenti e di sabotaggi. Sperano di isolare il presidente Karzai dal resto del mondo, tengono d’occhio i soldati stranieri aspettando il loro ritiro.

All’interno, come una confederazione di cosche criminali, esercitano un’intimidazione silenziosa ma opprimente. Si dileguano davanti a un assalto frontale, ma impongono lo stesso la loro presenza. Raccolgono tasse, reclutano nuovi volontari in pubblico, nominano governatori ombra che esercitano un potere parallelo a quello dei governatori legittimi, costringono le forze di sicurezza locale a passare la maggior parte del proprio tempo dentro stazioni fortificate, fanno chiudere le scuole, minacciano, ostacolano le elezioni, spadroneggiano dal tramonto all’alba. I talebani sono più reti alleate tra loro, colpirne una non indebolisce le altre. Hanno anche una gerarchia piatta, locale, che non è mai scossa più di tanto dall’eliminazione dei leader.
I talebani riescono a trascinare questa guerra d’attrito a basso costo grazie a due fattori materiali. I soldi del narcotraffico – le zone dove i combattimenti sono più intensi coincidono con quelle dove si coltiva più oppio – e l’aiuto da paesi stranieri. Dai regni sunniti del Golfo parte un flusso costante di denaro, e dal Pakistan arriva ogni tipo di aiuto da settori irriducibili dell’intelligence militare. Le guerre d’attrito hanno soluzioni più politiche che militari: convincere il governo di Kabul a colpire il narcotraffico, e Islamabad a tagliare il cordone ombelicale con gli estremisti. A meno che non si voglia una campagna “cecena”: riguadagnare il controllo del territorio a spese della popolazione civile.

Sito certificato Audiweb

Web Design: Vai al sito di Area Web     Hosting: Vai al sito di Bluservice     Advertising: Vai al sito della divisione WebSystem del Sole 24 Ore

Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui