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Il Cav. offre democrazia, finiani (cauti) in conclave

Il patto di consultazione tra i cofondatori del Pdl, invocato da Gianfranco Fini, anticipato dall’intervista di Giulio Tremonti al Corsera e confermato, tra gli altri, dalla benedizione di Sandro Bondi, ha ricevuto martedì notte il sigillo ufficiale del premier Silvio Berlusconi. L’ala finiana, e il gran megafono del Secolo d’Italia, paiono soddisfatti nonostante i detriti della polemica siano destinati a impolverare ancora per un po’ la superficie degli equilibri interni al Pdl. E’ previsto che i finiani si riuniscano a Montecitorio nello studio del presidente per un analisi della situazione (si veda anche l’intervento del finiano Giuseppe Valditara oggi sul Foglio). In questa sede sarà definito il percorso dei provvedimenti sui quali il presidente della Camera ha puntato molto negli ultimi mesi: l’appello al disarmo ideologico sul fine vita e l’iter legislativo della proposta bipartisan su immigrazione e nuova cittadinanza. “Berlusconi sembra avere compreso i problemi.

C’è fiducia”, dice il deputato finiano Fabio Granata. Mentre fonti vicinissime al presidente Fini spiegano: “Le dichiarazioni di Berlusconi andranno verificate ma nessuno vuole che le polemiche finiscano col danneggiare il governo o la prestazione del Pdl alle regionali”. D’altra parte, dal punto di vista finiano, adesso conviene chiudere il capitolo rivendicazionista e riaprire quello dell’iniziativa politica: sarà il primo banco di prova delle “buone intenzioni” manifestate dal Cav. La prossima settimana entrerà nel vivo la discussione intorno alla legge sulla nuova cittadinanza che ha già raccolto cinquanta firme di parlamentari di Pdl, Pd, Udc e Idv. Fini intende investirci e lo ha fatto capire ieri sera intervenendo a un convegno su integrazione e cittadinanza promosso dalla comunità ebraica di Roma. Nel salotto di Bruno Vespa si è prodotta quella risposta politica invocata a Gubbio dal presidente della Camera. Berlusconi ha parlato di “caminetto”, di “organizzazione democratica” del Pdl e ha infine ammesso che da Fini lo allontana una “diversa idea della politica”, senza che ciò implichi tuttavia una coabitazione impossibile. Anzi. Nonostante il volto teso, il Cav. pare avere accettato quel dissenso organico che all’interno di una forza dalle ambizioni universalistiche qual è il Pdl (presa per buona la definizione di “partito degli italiani”) è forse fisiologico e persino virtuoso.

Se dal punto di vista personale
Fini e Berlusconi restano vasi incomunicanti, sotto il profilo politico la diplomazia guidata da Gianni Letta e assecondata dai maggiorenti del Pdl berlusconiano, da Tremonti in giù, ha segnato un punto. “Si è deciso di tenere un ufficio politico ogni primo giovedì del mese e al massimo ogni tre mesi una direzione nazionale”, ha raccontato il presidente del Consiglio, prima di mettere in chiaro una cosa: “Il mio Pdl non è un partito, ma un movimento che assume forma solida soltanto in prossimità degli appuntamenti elettorali”. Le aperture democratiche annunciate dal Cav. non sono una novità: erano state ventilate circa due settimane fa a via del Plebiscito, subito dopo le prime informali manifestazioni di nervosismo da parte di Fini. Ma non erano filtrate con chiarezza all’esterno e il premier non le aveva fatte proprie. Eppure l’occasione, Berlusconi, l’aveva avuta alla festa dei giovani del Pdl, Atreju, ma al messaggio di apertura nei confronti di Fini aveva accompagnato una serie di espressioni stonate per le sensibili orecchie del presidente della Camera (“ha frainteso le mie parole”, “non ci sono problemi”).

“Le perplessità di Fini sono di carattere politico – spiegavano dal piano nobile di Montecitorio – Berlusconi non può affrontarle come fossero una questione personale da risolvere con un sorriso e una pacca sulle spalle”. Tanto che il presidente della Camera si era poi persuaso a pronunciare l’incalzante discorso di Gubbio sullo stato del partito. Ma ieri il premier, al netto di alcune punzecchiature rivolte all’ex leader di An (“professionista della politica” e poi di nuovo: “Ha frainteso”), ha offerto legittimità al dissenso interno. “D’altra parte nessuno li obbliga ad amarsi follemente – dicono a Palazzo Chigi – Berlusconi ha fatto quello che doveva e manterrà la parola. Adesso tocca un po’ a Fini rinfoderare le armi”. Si lavora al vertice tra i cofondatori.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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