"Io allenatore? Potrebbe essere una sfida che potrei prendere in considerazione perché a me le sfide piacciono". Lo ha dichiarato Roberto Baggio - a margine della presentazione dell'opera "Io che sarò Roberto Baggio" - rispondendo ad una domanda del presidente dell'Aiac Renzo Ulivieri. "Dal divano di casa, però, sembra tutto semplice, allo stadio non e' la stessa cosa" ha detto il Codino.
C’è un campo che aspetta. Uguale in ogni posto: aspetta l’allenatore che non c’è. Quello che spiazza, quello che riabilita tutti i calciatori incompresi. Roberto Baggio deve allenare prima o poi, per se stesso e per chi lo ha amato: il calcio senza Baggio è stato vuoto troppo a lungo. Parla da una telecamera nel suo soggiorno: un blog per dire di esistere anche senza un pallone tra i piedi. C’è, uguale a com’era, schivo, sereno, pacifico. L’età è giusta, Roby. Quarantuno, quarantadue, quarantatré: scegli tu quando, però torna. Una panchina per consegnare al pallone qualcosa che non ha mai pensato di poter avere: il giocatore più sopportato dagli allenatori che comincia ad allenare per dire che si può avere gente come lui in una squadra, per ridare la speranza a chi è un calciatore atipico e incompreso, senza ruolo vero, ma unico. Sappiamo tutti dov’è, ora. Sappiamo che è a casa, con la famiglia, a pensare. Sei anni sono tanti, troppi per il calcio: è uno sport senza memoria. Corre appresso al presente, sotterra il passato. Anche quello nobile. Accantona i suoi figli, piccoli dèi cresciuti e spremuti; mette da parte sentimenti e rancori. Insabbia il ricordo, per tirarlo fuori al momento buono: l’immagine che torna, il commento, la telecronaca, il magone, lo stomaco indurito. Ieri diventa oggi, di nuovo. Ma non con lui, adesso.
Baggio sì, Baggio no. Sarebbe un ritornello vecchio e pure nuovissimo, sarebbe il ritorno alla divisione. Guelfi e ghibellini ancora una volta. Cioè l’Italia, quindi noi. Tutto per lui, Roberto non Dino, quello giusto insomma, col Buddha, il Veneto e tutto il resto, con i piedi italiani migliori degli ultimi trent’anni, con una personalità strana, con un peso, con un cognome, con un nome, con l’etichetta, con la speranza che ha rappresentato, con le ginocchia distrutte, con la classe, con il genio, con i fantasmi, con Boston e la Nigeria, con New York e la Bulgaria, con Pasadena e il Brasile, con gli undici metri prima dell’eternità, con gli amici e i nemici, con quelli che “uno come lui si porta sempre e quelli che uno come lui si porta solo se gioca”.
Baggio c’era. Baggio c’è, anche se non si vede, se non si racconta più, se non è il problema o la soluzione. C’è. Un’immagine sporadica, un santino fotografico, un’apparizione. Sappiamo che esiste, ma sappiamo che è irraggiungibile. Quel che resta di lui è una strana sensazione, un alito di vento che non dà più fastidio, ma che tiene sempre in allerta. Roberto manca al calcio perché alla fine non sarebbe ingabbiabile in nessuna definizione. Non vanitoso come Lippi, non improvvisatore come Boskov, non il predestinato come Capello, non il prodigio come Guardiola, non il visionario come Zeman, non lo scienziato come Sacchi, non l’educato come Ancelotti, non l’umano come Prandelli, non l’eterno come Ferguson, non l’insospettabile come Maradona, non il manager come Benítez, non il normale come Reja, non il camaleonte come Trapattoni, non lo spregiudicato come Conte, non il colpevole come Donadoni, non il modaiolo come Mancini, non il combattente come Zenga, non l’incompiuto come Eriksson. Baggio è Baggio, come è sempre stato. Diverso e un po’ malinconico. Roberto serve per redimerci. Perché Roberto l’abbiamo avuto e poi l’abbiamo buttato. Allora s’è creato il gioco: chi lo voleva ancora, rotto, malconcio, a metà; chi invece non ne poteva più, perché l’Italia in fondo talenti ne sforna ogni giorno e ogni volta possono essere i più forti. Chissà dov’è, ora. Meglio, chissà che cosa pensa. Servirebbe un termine di paragone. La verità ci vuole prima che diventi troppo facile: Baggio negli ultimi vent’anni è stato l’unico calciatore italiano che ha messo per un momento in discussione l’apoteosi del 1982. E’ stato l’Italia in Italia e l’Italia nel mondo. E’ stato un partito, amato, non amato, rispettato, non rispettato. Però certo. E certo nel giusto. Perché Baggio ha trascinato da solo un paese in finale. Di quel Mondiale 1994, resta il pianto. Errore. Nigeria, Spagna, Bulgaria. Baggio, Baggio, Baggio.
Come Rossi, forse di più. Zitti gli inquisitori per un momento: Pablito aveva una squadra dietro. Della Nazionale mundial ci si ricorda la formazione, di quella americana non sai chi fosse il portiere titolare tra Pagliuca e Marchegiani. Di sicuri hai solo Maldini e Baresi, oltre a Roby. Non sai chi gli stava accanto davvero: Massaro, Casiraghi, Signori che entrava e usciva. Gli altri titolari impossibili da mettere in ordine. Poi Baggio era il coniglio bagnato di Gianni Agnelli e il nove e mezzo di Michel Platini. Era stato persino sostituito contro la Norvegia: lui in panchina per far posto a un portiere. Era stato il fantasma: inesistente fino a un secondo prima di rivivere. Rasoterra, preciso, come un taglia erba, la rete gonfia. L’Italia si riprende la Nigeria, poi la supera: rigore, palo, gol. Sempre Roberto. Così con la Spagna: Baggio è stato quello che ha preso per i capelli una squadra che sembrava bollita. L’ha messa dentro anche quando la palla stava per uscire: sembrava voler scappare verso l’esterno, lontana dall’area, poi il suo piede messo al contrario, cadendo all’indietro, il pallone sotto le gambe del difensore, la capriola alle spalle, il bacio alla curva. Poi la Bulgaria: uno-due, da una parte prima e dall’altra dopo. Dall’eliminazione alla finale in cinque gol. Di corsa, col codino al vento. Il resto è un dettaglio. Qui si finisce, perché altrimenti Baggio non sarebbe Baggio. Pasadena, Parigi: cinque centimetri. Quella cronaca è già storia. Scritta, filmata, a colori, indimenticabile.
I campioni si scelgono il destino: quello di Roberto Baggio è stato l’essere il più sfortunato dei perfetti. Tutto quello che è arrivato dopo Pasadena è stato lui con una scia. A 41 anni c’è chi ancora gioca, allora Baggio potrebbe allenare. “Non so che cosa farò” dice spesso. Chi non è catalogabile potrebbe essere solo nuovo, quindi quello che manca. Roby deve farsi trovare. Basta con la solitudine, basta col disgusto per un certo calcio e un certo mondo. Se squilla il telefono, alzalo Baggio. Prima l’hanno cercato e non si è fatto trovare. Al diavolo il pallone, ha detto: c’è la vita che va in onda e non c’è tempo per il resto. A Caldogno – che è casa sua – stanno costruendo un museo del baggismo: ci sarà il pallone d’oro, la maglia del Vicenza, della Fiorentina, della Juventus, del Milan, dell’Inter, del Bologna, del Brescia. Della Nazionale. Ma chi suona oggi il campanello della villa trova una voce femminile cordiale che prende tempo e poi dice che l’uomo non c’è. Chi chiama il suo procuratore deve passare per un’e-mail anonima e sterile. La risposta è formale. Manca il suo tocco. Perché non parli? Michelangelo non capiva niente. Al diavolo anche lui: Baggio non parla ancora. Qui c’è carne e non marmo, cronaca e non leggenda. Caldogno, la Pampa argentina, Tokyo, Osaka, una puntata a Milano. Una sola intervista. L’equivoco. Allora basta. Silenzio, poi di più. C’è un sacco di gente che vorrebbe sapere oggi come si sente Roberto Baggio. Prima di ritirarsi lontano dal pallone parlava di più: “Vorrei un calcio che diverta ed emozioni, che ci faccia sognare. Senza procuratori onnipotenti, presidenti pigliatutto, allenatori sergenti, accordi sottobanco, strane medicine. Vorrei un calcio dove l’ultimo dribbling, oltre il portiere, è ragione e speranza di vita”. I saggisti hanno rovinato il rapporto tra il campo e Roberto: non hanno saputo metterlo nel posto giusto.
C’è un Olimpo di campioni nella storia del pallone. Roby c’è, ma non dove vorrebbero i suoi seguaci. E’ sotto Maradona, Pelé, Di Stefano, Puskas, Cruijff, Platini, Van Basten. Sotto Rivera. Sopra tutti gli altri: guarda dall’alto in basso Totti, che a trent’anni non è nessuno rispetto al Baggio di quell’età; mette sotto Del Piero, Zola, Ronaldo, Rivaldo, anche Ronaldinho. Mette sotto tutti, ma non quegli otto. Chi non è riuscito a mettere a fuoco questo, ha fatto male. A sé e a Roberto. Baggio è stato arte assoluta: classe, magia, invenzione, creatività. E’ stato un campione nel calcio che andava piano. La corsettina sul campo di Caldogno, solo, isolato, concentrato è un cazzotto ai fenomeni di oggi che si sbriciolano come dei wafer e poi finiscono in un laboratorio ultramoderno per diventare pronti: le foto esclusive del recupero, le immagini rubate, il mercimonio alle spalle dei tifosi. Roberto stava là, dove tutti lo potevano vedere, dove si sarebbe potuto trovare con un ragazzino dei dilettanti appena operato anche lui, o con Gianni Bonfante, l’ala sinistra che giocava con Roby nelle giovanili del Vicenza e che per Baggio era il più forte di tutti. Roberto ha onorato Gianni diventando un campione unico, arrivando al traguardo, arrivando primo. Poi s’è voltato e ha capito che non era come avrebbe voluto. Un passo dall’eternità. Pasadena, Parigi, Caldogno. Il ricordo peggiore è quel rigore finito alto, ma forse lo Stade de France nel 1998 fa più male. Una girata, l’incrocio: il pallone che arriva da destra e Roberto lo calcia verso sinistra. Senza guardare. Si gira: ci risiamo, cinque centimetri. In un film quella sarebbe stata la palla del riscatto: l’errore di Pasadena, cancellato da un gioiello luccicante, dalla gemma che acceca. Invece gli occhi al cielo: dispiaciuti, perplessi, rassegnati. L’ultima immagine di Baggio in un Mondiale resterà quella, che è meglio della testa bassa della California.
Quanto servirebbe adesso. Lui in panchina, una follia che si realizza, la nemesi. Perché quanti allenatori ha avuto contro: Ancelotti non lo volle al Parma, Ulivieri lo sopportò al Bologna, Capello lo massacrò al Milan. Poi Lippi, il peggiore di tutti. Incontrato due volte e mai un sorriso: Torino e Milano, Juventus e Inter. Lippi, il nemico: “Contro di me, Marcello ha usato tutto il potere di cui era in possesso, nella speranza di annientarmi. Ma non ci è riuscito. Perché ero e sono più duro di lui. Mi è bastato leggere le sue dichiarazioni alla stampa per capire che la sua Inter sarebbe stata eliminata anche contro una squadra come l’Helsingborg. E non mi sono stupito quando l’ho visto fare quella sceneggiata, dopo la sconfitta con la Reggina, alla prima di campionato. Sentivo che sarebbe accaduto. Lippi ha creato cause negative, gli effetti non potevano che essere quelli. In ritiro, in una delle prime partitelle, faccio un lancio smarcante di quaranta metri a Vieri. Bobo segna, lui si gira e dall’area di rigore avversaria mi fa un applauso. Anche Panucci mi fa i complimenti. Una cosa normalissima tra compagni. Lippi è andato di fuori: ‘Vieri, Panucci, ma che cazzo fate? Credete di essere a teatro?’”. Un giorno Marcello dovrà spiegare, dovrà dire perché ha odiato Baggio. Se è una cosa sua, se davvero s’è fatto schiacciare dall’invidia, se gliel’hanno imposto. Lo dica, punto. Ci vuole un perché: Roberto non è andato d’accordo con diversi allenatori e la colpa deve’essere anche sua, ma con Lippi c’è stato troppo odio. Certo, è passata la storia di Roby il fragile, che aveva bisogno di essere coccolato, di sentirsi il numero uno. Hanno aperto i cassetti e tirato fuori di tutto: il rigore non tirato contro la Fiorentina, il rigore di Pasadena, la scenetta con Sacchi – “Questo è matto” –, l’incapacità di allontanarsi da Caldogno.
Ecco questo è carattere, per molti: per non calciare un rigore contro la squadra più odiata dai tuoi tifosi ci vuole coraggio, così come scegliere di non allontanarsi mai da casa e di lasciar perdere offerte miliardarie. Sta tutto qui l’equivoco di Baggio: lui e il suo calcio vengono usati ad arte, per giustificare un teorema. E’ la metafora della giustizia italiana: quelli che ci vedono sempre il complotto e quelli che tanto è inutile. Lippi ora allena la Nazionale, Baggio è da solo. Alzati e cammina, Roby. Alzati per sederti di nuovo, su quella panchina che tutti non possono neanche immaginare che possa essere tua. Una qualunque. Non è un risarcimento, ma un obbligo morale con se stesso e con quelli che sono arrivati dopo di lui. Baggio allenatore può dare dignità agli artisti che il calcio vuole annullare perché non sono catalogabili. Roberto allenatore farebbe giocare Roberto calciatore. Così tutti gli altri: da Zola a Cassano. I problemi, certo. I campioni, però. In discussione sempre. Roberto li metterebbe dentro, senza toglierli mai. Neanche quando arriva l’espulsione di un portiere.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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