Nel gennaio del 2000 l’incrociatore americano “Uss The Sullivans” è alla fonda vicino alla costa dello Yemen, in attesa di fare rifornimento di carburante. Dalla spiaggia si stacca, senza dare troppo nell’occhio, un barchino a motore. “In nome di Dio clemente e misericordioso”, si mormora a bordo. Gli uomini di al Qaida aspettavano da tempo l’arrivo della “The Sullivans”. E’ un bersaglio di tutto rispetto: classe Aegis Burke, con 337 uomini di equipaggio e una stazza di più di 8 mila tonnellate. Il barchino punta dritto verso la nave. “Non c’è altro Dio all’infuori di Dio. Non c’è altro Dio che il Dio della terra e dei cieli”. Dieci mesi più tardi, succederà la stessa cosa. Un barchino dello stesso tipo, con a bordo 200 chilogrammi di esplosivo, si accosterà alla “Uss Cole”. I marinai di guardia non faranno in tempo a sparare ai due terroristi salmodianti, “perché le nostre regole di ingaggio – diranno poi – ci impediscono di sparare su una barca sospetta senza l’autorizzazione dell’ufficiale in comando”. Ci saranno 17 morti sulla Cole e uno squarcio nella fiancata della nave di 12 metri di diametro. Sul barchino che ci prova a gennaio c’è parecchio più esplosivo. “Non c’è altro Dio che il Dio sul più alto dei troni. Dio, ci abbandoniamo nelle tue mani. Guidaci, mentre portiamo il terrore nel cuore dei tuoi nemici”. Anzi, il carico di tritolo è così pesante che la linea di galleggiamento, a tratti, va più giù di quanto dovrebbe. I due terroristi a bordo sono rasati e purificati, pronti per il martirio contro i “johnnies” infedeli che con le loro basi stanno profanando il suolo della penisola arabica. Però hanno sottovalutato il peso di tutto quell’esplosivo, ne hanno imbarcato proprio troppo. Il barchino affonda piano nelle acque del Golfo dello Yemen, prima di arrivare sull’obiettivo. Inshallah.
Manila. “Fai presto, accendi il televisore”. La telefonata, anche se sono soltanto le nove di sera, ha svegliato di soprassalto la nonnina che vive sola nel suo appartamento pulito. Aida Fariscal, pensionata filippina, vede sullo schermo le immagini che stanno guardando tutti. Un paio di minuti dopo arriva anche il secondo aereo dritto nella torre sud. Lei è tra le poche persone al mondo che sa già benissimo, in quello stesso momento, che cosa sta succedendo a New York. “O mio Dio – scoppia a piangere – è Bojinka”. “Operazione Bojinka” è il nome in codice di un attacco su vastissima scala pianificato da quelli di al Qaida. L’anno era il 1995. Gli stessi elementi che sei anni dopo avrebbero impietrito il mondo – gli spettacolari bersagli multipli, la folle ambizione e lo sprezzo per le conseguenze – facevano già parte tutti di Bojinka. Il piano era diviso in tre fasi. La prima prevedeva l’assassinio choc di papa Giovanni Paolo II davanti a centinaia di telecamere. I terroristi intendevano colpire con un lanciarazzi a spalla la papamobile. La scena dell’attentato sarebbe stata la giornata conclusiva del raduno mondiale della gioventù di Manila – il più grande della storia, con almeno quattro milioni di fedeli – il 15 gennaio, mentre il pontefice passava benedicente fra le ali di folla festante. La seconda fase prevedeva che il 21 gennaio, una settimana più tardi, undici aerei passeggeri in rotta verso gli Stati Uniti precipitassero simultaneamente nelle acque dell’oceano Pacifico e del mar cinese meridionale. Infine, la terza parte del piano. Altri aerei di linea sarebbero stati dirottati e lanciati come bombe volanti contro edifici chiave americani: la sede della Cia a Langley, in Virginia, il Pentagono, a Washington, e il World Trade Center di New York. Ecco. Quest’ultima fase suona familiare, vero? Bojinka è un termine gergale dello slang arabo che, a detta di alcuni, significa “grossa esplosione”. Secondo altri invece è una semplice onomatopea, Bojinka starebbe convenzionalmente per “gran botto”, con quella consonante labiale all’inizio, “B”, che si rilascia di colpo con la bocca. Bo-jin-ka. Al capitolo quinto del rapporto della Commissione ufficiale sull’11 settembre c’è una nota a piè di pagina, la numero sette, che riporta la spiegazione in tal senso di Khalid Shaikh Mohammed, leader militare di al Qaida: è una parola nonsense che lui ha mutuato dal fronte dei combattimenti in Afghanistan. “Abbiamo collegato il detonatore, e quando quelli si sono avvicinati: ‘bojinka!’”. L’operazione Bojinka non è un parto della fantasia. La polizia filippina e le squadre dei servizi e dell’Fbi spedite a Manila dal governo americano hanno ricostruito tutti i dettagli, procedendo a ritroso. Innanzitutto, gli esecutori. Uno è Ramzi Yousef, lo stesso Ramzi Yousef con gli occhi blu spiritati che nel febbraio del 1993 ha fatto saltare una bomba nei parcheggi sotterranei del WTC. E’ stato il primo attentato islamista in terra americana, ma ormai è scivolato nell’oblio. Attualmente, per quello e per l’operazione Bojinka, sta scontando una condanna a 240 anni (pronunciata il 5 settembre 1996) in un carcere degli Stati Uniti. L’altro è Khalid Shaikh Mohammed, che diverrà celebre per aver ideato e organizzato materialmente gli attacchi dell’11 settembre. Nel 1994 i due emissari di Osama bin Laden mettono alla prova le misure di sicurezza degli aeroporti. Yousef viaggia tra il Kai Tak International Airport di Hong Kong e il Chiang Kai Shek International Airport di Taipei. Mohammed decolla dal Ninoy Aquino di Manila e atterra allo scalo internazionale di Kimpo, a Seul. Dentro i bagagli ciascuno dei due porta quattordici bottigliette di liquido per le lenti a contatto, che invece contengono nitroglicerina allo stato fluido, ma ai raggi X non se ne accorge nessuno. Fissata con del nastro adesivo, entrambi hanno un’asticella di metallo sotto la pianta del piede, a simulare la presenza nascosta del detonatore. Entrambi indossano numerosi gioielli di metallo per confondere i metal detector, e sfoggiano pacchi di preservativi, per dare l’idea di uomini soli in viaggio verso qualche bordello esotico. Il test, come previsto, va liscio. Yousef e un altro terrorista, Abdul Hakim Murad, prendono alloggio al residence Donna Josefa. E’un complesso ben tenuto ma non lussuoso, a un solo isolato dalla nunziatura apostolica dove alloggerà papa Giovanni Paolo II. Destano subito sospetti. Stanno sempre chiusi a doppia mandata, non vogliono che il ragazzino faccia le pulizie in camera, hanno strane mani, bruciate – ma questo nessuno lo sa – dalle sostanze chimiche usate per confezionare le bombe. Al momento di compilare i moduli, uno lo straccia nervosamente e chiede un’altra copia. “Si è dimenticato come si chiama?”, ride l’albergatore. Ramzi Yousef nella fretta ha firmato il modulo con il suo vero nome. L’11 dicembre del 1994 Yousef sale sotto falsa identità sul volo 434 delle Philippines airlines – da Manila per Narita, in Giappone – e piazza sotto il suo sedile, il 27F, una bomba con un decimo del potenziale di quelle che ha intenzione di costruire e usare sul serio. Regola il timer a quattro ore e scende allo scalo di Cebu, ancora nelle Filippine. La bomba esplode mentre l’aereo sorvola l’isola di Minami Daito, vicino Okinawa. Un uomo d’affari giapponese muore e dieci persone restano ferite. Il Boeing 747 è costretto a un atterraggio d’emergenza. Anche il secondo test, come previsto, è andato liscio. Secondo il piano Bojinka, cinque uomini di al Qaida saliranno a bordo di altrettanti aerei di compagnie americane in partenza da aeroporti dell’estremo oriente e ripeteranno il medesimo schema già collaudato da Yousef. Poi scenderanno a scali intermedi, prenderanno altre coincidenze e piazzeranno altre bombe. Il tutto senza aver bisogno di un regolare visto d’ingresso negli Stati Uniti e senza dover subire i relativi controlli, perché sui loro biglietti c’è scritto che sbarcheranno prima di arrivare sul suolo americano. Bei tempi, quando un uomo solo, con tratti mediorientali e quattordici bottigliette di liquido nel bagaglio a mano, poteva fare prenotazioni multiple su voli americani senza destare sospetti. Oggi sentirebbe una canna di pistola contro la nuca appena fuori dell’agenzia di viaggi.
Intanto, cambia il piano per uccidere Giovanni Paolo II durante la visita alle Filippine. Un terrorista vestito da sacerdote lo attenderà al seminario di San Carlos, dove sarà in riunione la Conferenza episcopale asiatica. L’assassino terrà celata sotto la tonaca la vecchia, collaudata cintura di candelotti, e si farà saltare non appena Karol Wojtyla entrerà nel suo raggio. La chiamata arriva poco dopo le 11 di venerdì 6 gennaio 1995, a due settimane dall’inizio di Bojinka. E’ un allarme antincendio di routine, un po’ di fumo sopra il tetto di un edificio di sei piani sulla strada poco oltre la stazione della polizia n. 9 di Manila. Aida Fariscal, il capoturno, lancia un’occhiata fuori dalla finestra, ma non riesce a vedere nessun bagliore sopra Quirino Ave. Tuttavia manda l’uomo di pattuglia a guardare. “Niente di cui preoccuparsi – dice lui al ritorno – solo qualche pachistano che giocava con i fuochi artificiali”. Fariscal non è così sicura. Non per niente si è conquistata i galloni di ispettore anziano in un’istituzione non ancora nota per le sue travolgenti aperture alle donne come è la polizia di Manila. Si fida del proprio “intuito femminile”. E quel suo istinto quella notte dice che c’è qualcosa di storto. “Il Papa stava arrivando nelle Filippine, eravamo preoccupati per la sicurezza, e avevamo appena avuto un grosso tifone”, ricorda. L’ispettore anziano decide di fare i 500 metri fino al residence donna Josefa per controllare di persona. Giusto il tempo di togliersi il vestito a fiori con i sandali e indossare la divisa, ma senza portarsi dietro la pistola. E’ un incendio. Per andare sul sicuro chiama due poliziotti in appoggio, e s’incammina tra le pozzanghere e i palmizi rovesciati. “Che succede qui, capo?”, Fariscal chiede al portiere di Donna Josefa. Due uomini, risponde quello, sono corsi fuori dal loro appartamento al sesto piano, e il corridoio era pieno di fumo. “Mi hanno detto che era tutto ok, tutto ok, soltanto qualche fuoco artificiale scoppiato accidentalmente. Hanno detto che non c’è bisogno di chiamare i pompieri”. Aida Fariscal si trova di fronte a un dilemma. Non può entrare legalmente nell’appartamento senza un mandato di perquisizione, ora che non c’è più un pericolo d’incendio immediato. Secondo il regolamento dovrebbe girare le spalle, andare via e più tardi firmare un rapporto piuttosto vuoto e noioso. Ci pensa qualche istante. Poi dice: “Apri”. Dentro l’ingresso dell’appartamento 603 c’è appesa una tonaca da prete. Tutt’attorno trovano contenitori di metallo, con quello che sembra cotone imbevuto di un liquido beige, e matasse di cavi elettrici verdi, rossi, gialli e blu. Grossi flaconi di sostanze chimiche con stampigliature in tedesco e in pachistano. Capiscono che la camera è stata trasformata in un laboratorio per la fabbricazione di bombe. Il telefono dell’appartamento squilla, loro scappano fuori. “Avevo appena visto un film con Stallone in cui il telefono era una trappola esplosiva – dice Fariscal – così ci siamo gettati tutti giù per le scale”. Nell’atrio del residence il portiere le fa un cenno con la testa. “Eccoli di ritorno”, bisbiglia alla poliziotta. Uno dei due sta osservando la scena da dietro la vetrata dell’ingresso. Parla con calma a un telefono cellulare, fuma la pipa e per un attimo fissa Fariscal negli occhi. E’ Ramzi Yousef, l’attentatore del WTC di due anni prima. Fa repentinamente dietrofront, si mescola ai passanti e fa perdere le sue tracce. Sarà arrestato l’anno seguente a Peshawar, in Pakistan. L’altro viene preso, si chiama Ahmed Saeed e sarà torchiato dagli investigatori fino a che non svelerà tutti i dettagli del piano, compresi i finanziamenti provenienti da Osama bin Laden e dalla Jemaa Islamiya, gli islamisti indonesiani, trasferiti nelle Filippine poco per volta – in tranche di 1.000 dollari – con la complicità di alcune hostess compiacenti. La squadra degli artificieri impiega una settimana intera a fare l’inventario del materiale esplosivo stipato nell’appartamento 603. Acido solforico, nitroglicerina, sodio triclorato, ammoniaca, imbuti, timer, filtri, detonatori, batterie, manuali in arabo sulla fabbricazione di ordigni. Gli investigatori spiegano nei dettagli ad Aida Fariscal che cosa ha sventato con la sua decisione di aprire la porta. Bojinka è andato in fumo. Inshallah. Ci accorgiamo in Italia di che cosa abbiamo scampato? Figurarsi. Quell’anno in cima alla hit parade delle paure c’è ben altro. Il 20 marzo, in Giappone, gli adepti della setta della “Sublime Verità” liberano sublime gas nervino nella metropolitana di Tokyo, uccidendo otto persone e intossicandone 3.000. Un mese dopo balza in testa un gruppo americano di paramilitari tendenza Adolf Hitler, distruggendo con un’autobomba il quartier generale dell’Fbi a Oklahoma City. Da noi, nella stessa settimana in cui i qaidisti avrebbero dovuto portare a compimento Bojinka, tutti gli occhi sono puntati su Lamberto Dini che giura come nuovo presidente del Consiglio nelle mani di Oscar Luigi Scalfaro. Il 23 gennaio, invece che aprirsi su un mondo che non sarà mai più quello di prima, si apre, più modestamente, sull’epocale congresso a Fiuggi di Alleanza nazionale.
E’ un’altra donna poliziotto che manda di nuovo in fumo i piani di al Qaida nel 1999. Questa volta sono in programma attacchi raggelanti in concomitanza con il cambio di millennio. Sarà perché fare il terrorista, in fondo, è un tradimento, perché lo schema è quello di “un uomo che nasconde qualcosa”, e a loro, alle donne, basta un’occhiata per insospettirsi. Sarà mica un caso che nel frattempo i seguaci di Osama hanno fatto saltare in aria con successo le Khobar Towers in Arabia Saudita e le ambasciate americane in Kenya e in Tanzania, paesi dove le donne, invece che messe felicemente a controllare i varchi della dogana, sono relegate in casa. Poi magari ci vogliono i duri delle squadre speciali, tutti felici di poter abbattere porte e trascinare via sospetti. Ma un terrorista, appena sceso da un campo d’addestramento che sa di stallatico nascosto tra i monti del Waziristan, dove per mesi ha convissuto con il Corano e gli allegri compagni di brigata jihadista, quante poche chance ha davanti allo sguardo diffidente di una donna? Ahmed Ressam, pochi mesi prima, ha compiuto un sopralluogo all’aeroporto internazionale di Los Angeles, e ha contato dopo quanto tempo le guardie portano via i bagagli lasciati incustoditi. Il piano è di lasciare una borsa piena d’esplosivo nella sala d’aspetto durante i giorni delle festività natalizie, quando è affollata al massimo, e farla saltare. Lascia l’Afghanistan nei primi mesi del 1999, con il solito armamentario funesto nei bagagli: detonatori, esplosivi e falsi documenti d’identità. Da anni ha già ottenuto asilo politico in Canada, raccontando di essere un perseguitato in fuga dall’Algeria. Trascorre una settimana a Vancouver, impegnato nei preparativi finali. Ora si tratta soltanto di attraversare il confine meridionale. Il 14 dicembre 1999 Ressam guida l’auto presa a noleggio sul ferry boat che copre il tratto di mare da Victoria, in Canada, a Port Angeles, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, nello Stato di Washington. Gli agenti all’imbarco confrontano il suo passaporto con i database in loro possesso, ma non salta fuori nulla. Per stare tranquilli danno anche un’occhiata sommaria all’auto, ma non trovano l’esplosivo. All’arrivo il terrorista lascia che tutti gli altri veicoli scendano e si mette in coda ai controlli per ultimo. E’ convinto che in questo modo, quando sarà il suo turno, gli agenti saranno meno attenti. Fa freddo al punto d’attracco del ferry boat. Diana Deann batte i piedi e si avvicina al finestrino per chiedere i documenti. “Non so – racconterà poi – c’era qualcosa che non mi convinceva. Mi sembrava nervoso”. Ressam ha lo sguardo sfuggente, anche se le sue carte sono in perfetta regola. “Può scendere per favore?”. “Cosa c’è agente?”. “Nulla, ma scenda, per favore”. Gli altri poliziotti della dogana lo placcano mentre fugge correndo dal pontile. Quando scoprono nel vano della ruota di scorta quei flaconi di liquido viscoso e i pacchetti anomali, stagni e fermati con il nastro adesivo, pensano subito a un carico di droga. Invece è un quantitativo d’esplosivo sufficiente a trasformare una sala d’aspetto, bojinka!, in una carneficina.
Nel primo pomeriggio dell’11 settembre del 2001, mentre a New York e a Washington è in atto il piano di Osama bin Laden, un drappello di passeggeri attende nella sala d’aspetto dell’aeroporto londinese di Heatrow. Sono pachistani e indiani, con in mano il loro biglietto regolarmente prenotato per due voli diretti a Manchester. Arrivano le primissime notizie degli attacchi, la polizia s’innervosisce, è ancora indecisa se chiudere o no gli imbarchi. Temono che ci siano altri dirottamenti. Il gruppetto non aspetta di sapere che cosa avverrà e corre via dalla sala d’aspetto. Il Times ha scritto il mese scorso che il loro capo, Mohammed Afroze, di religione islamica, è stato condannato dal tribunale di New Dehli per terrorismo. Guidava una cellula parallela a quella dei 19 attentatori di Mohammed Atta, con cui si sarebbero anche incontrati e con cui tenevano contatti, e avrebbero dovuto ripeterne le gesta, in versione britannica. Gli aerei dirottati si sarebbero dovuti schiantare contro la Tower bridge, il Big Ben, e contro il Parlamento inglese. Anzi, ha confessato Afroze alle autorità indiane, il piano originale dell’11 settembre era parecchio più complesso e ambizioso di quello che poi è stato nei fatti. L’attacco di al Qaida era previsto fosse portato simultaneamente in più paesi in diverse parti del mondo. Tra gli obiettivi c’erano anche le Rialto Towers di Melbourne, in Australia, e la sede del Parlamento indiano a New Delhi. Ma all’ultimo momento, spiega, era impossibile coordinarsi con le squadre americane. Quando a Heatrow era scattato l’allarme, i due piloti della missione erano stati colti dal panico. Delle altre squadre, dice, non sa nulla.
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