Dal Foglio del 11 settembre 2003
Non è molto originale, lo so. Ma devo confessare per l’ennesima volta di essermi sentito doppiamente colpito dall’11 settembre: come spettatore di quella tragedia e come uomo di sinistra. Perché ancora oggi continuo ad avvertire la gravitas con cui quell’evento ha chiamato in causa anche la sinistra. Era stato relativamente facile, fino ad allora, affrontare anche da sinistra i dilemmi degli anni 90. La fine del bipolarismo, l’esplosione dei conflitti etnici, peace keeping o peace enforcing, etc. Per quanto tutto questo risultasse spesso lontano dalla nostra tradizione politica, abbiamo saputo far fronte con serietà alla responsabilità d’intervenire con strumenti adatti per affrontare crisi e conflitti. I cattivi erano più d’uno e spesso non troppo visibili. Ma i buoni, le vittime, quelli erano indiscutibilmente messi al centro della nostra iniziativa. Certo, dovevamo vedercela con chi considerava comunque l’uso della forza un’intollerabile manifestazione di volontà imperialista. Ma i profughi kosovari non potevano essere considerati responsabili di nient’altro che del richiamo che ci rivolgevano ogni giorno.
E da uomini di sinistra, la scelta è stata relativamente agevole. Con l’11 settembre anche questo è cambiato. Come comportarci di fronte all’emergere – e in quali termini! – del progetto universalista del terrorismo fondamentalista? Muovendosi nello spazio della globalizzazione – sostiene Renzo Guolo, acuto studioso dell’Islam – e giovandosi degli strumenti da essa resi disponibili, il fondamentalismo ambisce alla rappresentanza integrale del mondo islamico nella prospettiva di una nuova divisione bipolare del pianeta. Una divisione orientata da criteri religiosi e culturali, e dunque eminentemente ideologici, alla quale arrivare attraverso la messa in crisi delle leadership dei paesi islamici “moderati” sotto la pressione dello scontro con i paesi occidentali. L’uso di tecniche di inaudita efficacia distruttiva all’interno delle società occidentali è lo strumento per eccellenza di una strategia di potere interna al mondo islamico. Sconfiggere questo progetto è condizione indispensabile non solo per garantire la sicurezza delle nostre società, ma anche per impedire che il pianeta sia nuovamente travolto da uno scontro di sistemi contrapposti. Laddove il sistema “concorrente” a quello occidentale avrebbe i tratti tendenzialmente totalitari di una teocrazia sovranazionale. Su questi termini la sinistra si è interrogata. Conoscendo anche nuove divisioni.
Ma poteva la risposta della sinistra democratica, che si era opposta anche con le armi al regime della pulizia etnica nel cuore dei Balcani, essere diversa dall’assunzione di una responsabilità politica volta a contrastare quel disegno? Pur tra difficoltà, la sinistra democratica ha fatto propria la scelta della lotta al terrorismo sostenendo dopo la tragedia delle due Torri il ricorso alla forza in Afghanistan. Non è stato facile. Ha comportato un confronto serrato con gruppi e personalità convinti della necessità di un totale rifiuto dell’uso della forza. Posizione rispettabile ma sterile per affrontare il terrorismo globale. In realtà la battaglia senza quartiere al terrorismo, dopo l’11 settembre, è nelle cose, largamente indipendente dalla nostra volontà di essere buoni. Perché non sempre basta essere buoni quando è invece indispensabile essere giusti, come in questo nostro tempo. Come ha scritto Ignatieff Dopo di che non sono affatto convinto che essere giusti significhi anche essere “nasty”, come da qualche giorno raccomanda questo giornale. Se l’obiettivo è la sconfitta del disegno universalista del terrorismo, è più che legittimo pensare che quel traguardo sarà raggiunto più facilmente allargando il consenso a una lotta giusta che non ostinandosi a perseguire un sentiero solitario. Se ne stanno accorgendo anche negli Stati Uniti, e non solo i liberal.
Riportare l’Onu in questa lotta non serve tanto a omaggiare quello che non è e non sarà mai una sorta di Tar mondiale, l’inesistente fonte di legalità planetaria, ma a rendere più vicino il traguardo. Come ha scritto Michael Ignatieff, “senza principi chiari per intervenire, senza amici, senza sogni che servano da orientamento, i soldati che stanno sudando in Iraq non difendono altro che il potere. E il potere senza legittimità e consenso, senza il rispetto e il sostegno del pianeta, non è destinato a durare”.
di Umberto Ranieri
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