Sul Campidoglio deserto, percorso in diagonale da qualche turista in cerca di ombra, si vedono una tenda, tre persone che sbocconcellano pezzi di ananas per rinfrescarsi, un frigobar e un enorme tubo che immette aria condizionata nella stanza solitamente adibita alla celebrazione dei matrimoni civili. Non ci sono sposi all’orizzonte (troppo caldo), ma sembra esserci lo stesso un assembramento pre-matrimoniale: un uomo con fascia da sindaco, un militare, un invitato con completo celeste, molto brusio, piccoli crocchi di persone. E’ il terzo giorno di riprese de “La versione di Barney” – il film tratto dall’omonimo libro di Mordecai Richler (prodotto dalla canadese Serendipity Point di Robert Lantos in coproduzione con la Fandango di Domenico Procacci) – e il matrimonio in corso è quello dell’ancor giovane Barney con la prima moglie, la tormentata artista Clara. Il finto sindaco e il finto invitato si stanno preparando al ciak.
Un incredibile Paul Giamatti, l’attore che impersona Barney, già cammina come Barney, trascinando leggermente la gamba, e già si guarda intorno come Barney, e cioè con l’aria allarmata di chi teme la moltiplicazione degli stupidi sulla faccia della terra. Nell’attesa, Giamatti si siede su una panchina con i colleghi che recitano nei panni di Clara e dell’amico Boogie – e a vederli così, tutti e tre in fila a chiacchierare, il film sembra già cominciato. Il regista, Richard J. Lewis, veterano della serie tv Csi, non smentisce la legge non scritta che sembra aleggiare sul set: a Barney non si arriva per caso, ma per passione. Anche lui, infatti, come lo sceneggiatore Michael Konyves e come il produttore Robert Lantos, ha letto il libro di Richler a fine anni Novanta, subito dopo l’uscita in libreria, e non è più riuscito a toglierselo dalla testa. “Sapendo che Lantos aveva i diritti, mi sono segnalato come persona interessata”, dice oggi Lewis con molto orgoglio e molta autoironia: “Un giorno – ed era già un bel po’ di tempo che Robert e io parlavamo di come fare questo film – ho buttato sulla sua scrivania una possibile sceneggiatura che avevo scritto e gli ho detto: ‘Ecco quanto male posso girare questo film’. Robert l’ha presa ma ha poi scelto, ovviamente, quella scritta da Michael – che aveva un piglio fresco e originale. Però è stato abbastanza gentile da lasciare che fossi io il regista, in nome del mio coinvolgimento con la ‘Versione’”. Per quattro anni Lewis ha “studiato” il personaggio Barney. “Per me – dice – è stato importante lavorare con lo sceneggiatore sul testo e poi raggiungere la sincronia con Giamatti. Ho cercato di entrare con Paul nel personaggio, di diventare un po’ Barney assieme a lui”.
Alla malattia di Barney, l’Alzheimer, Richard J. Lewis si è accostato sapendo “che si tratta di una malattia sfuggente e inconoscibile. Nessuno può farne un report dall’interno. Il malato di Alzheimer un momento è tra noi, il momento dopo no. Il massimo che possiamo fare è cercare di avvicinarci il più possibile alla realtà esteriore della malattia. Questa è la ricerca che abbiamo fatto con Paul”. Ci sono stati giorni di prove prima e dopo l’arrivo a Roma (“abbiamo molto parlato, molto provato, molto mangiato”, dice Lewis). Ci sono stati giorni di meticolosa ricerca delle tre mogli di Barney – “tre personaggi compiuti, perfettamente disegnati da Richler, non una triplice ‘spalla’ del protagonista”. Miriam (Rosamunde Pike) è stata vista dal regista su un palco a Londra. Al primo provino congiunto Pike-Giamatti, Lewis è stato conquistato “dall’alchimia immediata tra i due”. Minnie Driver, la seconda Signora Panofsky, ha sbaragliato le concorrenti risultando sullo schermo “molesta e divertente allo stesso tempo”. E Rachelle Lefèvre, esile nonostante il pancione finto per la scena del matrimonio, per Lewis è stata, da subito, “l’unica possibile Clara”.
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