Talebani scatenati in vista delle elezioni presidenziali e per i Consigli provinciali di giovedì. A Kabul il palazzo presidenziale di Hamid Karzai è stato centrato da un razzo che ha causato solo danni materiali. Poco dopo alla periferia est della capitale un'autobomba è stata fatta esplodere al passaggio di un convoglio Nato, all'altezza della base americana di Camp Phoenix. Dieci i morti tra cui un militare dell'Isaf, sette civili e due dipendenti afghani della missione Onu (Unama) che ha un ufficio poco distante. Tra i 52 feriti ci sono anche due militari della Nato. Al nord, a Jawzjan, uno dei 72 candidati al Consiglio provinciale locale è stato ucciso in un'imboscata.
Nel gennaio 2005 al Qaida in Iraq guidò una campagna antielezioni vasta e aggressiva per tenere lontani i sunniti dal voto nazionale che avrebbe formato il Parlamento di Baghdad. Oggi la situazione si ripete in Afghanistan: al posto dei sunniti ci sono i pashtun, concentrati nel sud e nell’est del paese, e al posto degli sciiti ci sono le altre etnie coalizzate, i tagichi ma anche gli hazara e gli uzbechi, concentrate a nord.
Il mullah Omar e il suo vice esecutivo, il mullah Baradar, vogliono replicare nelle province meridionali che sono maggiormente sotto il loro controllo quella strategia del superterrorista al Zarqawi nelle province sunnite: impedire il voto soprattutto agli amici, e non ai nemici. In Iraq i sunniti, con il loro scontento e il loro senso di dignità perduta, erano il serbatoio d’arruolamento naturale per al Qaida. In Afghanistan oggi i pashtun, con il loro sciovinismo tribale e il rancore mai spento contro l’Alleanza del nord, sono un uguale serbatoio d’arruolamento per i talebani. L’obiettivo non è il fallimento delle elezioni afghane di questo giovedì su scala nazionale – sanno di non averne le forze – ma il fallimento del voto pashtun. Tanto, pensa la leadership talebana, queste elezioni sono un fatto inevitabile. Ritorciamole contro l’occidente: teniamo lontana la nostra gente, lasciamo che vincano gli altri e che occupino tutti i posti, e che il potere politico dei pashtun a Kabul sia grandemente menomato. Se questo succederà, dopo le elezioni il risentimento pashtun contro i gruppi rivali crescerà ancora, e la guerriglia talebana sarà rafforzata: la violenza sembrerà la soluzione legittima per riprendersi il potere caduto in mano agli avversari. Omar e Baradar vogliono di nuovo il vecchio Afghanistan spaccato in due e quindi ingovernabile come ai tempi della guerra fratricida e interminabile che seguì il ritiro dei sovietici.
“Taglieremo il dito imbrattato di inchiostro a chi va a votare, e anche il naso e le orecchie”, dicono i volantini lasciati dai guerriglieri nelle città popolose del sud, Kandahar in testa. Il dato diffuso dai giornali sul 10 per cento dei seggi afghani già dichiarati inagibili per motivi di sicurezza si riferisce tutto a queste zone.
Gli ultimi giorni di campagna elettorale si giocano attorno al problema pashtun. Il presidente uscente, Hamid Karzai, dato per favorito, nel sud è deriso pur essendo pashtun. Appartiene ai “Panshiri-zai”, ironizzano i detrattori. Ovvero è della tribù (che in pashto si dice “zai”) dei Panshiri, i tagichi della valle del Panshir che sono gli avversari più diffidenti dei pashtun. In pratica, Karzai è un venduto. Il boicottaggio imposto dai guerriglieri di fatto danneggerebbe proprio lui. Capito di non avere più l’appoggio della sua etnia, che pure nel 2005 lo portò alla presidenza, ha chiamato a sé il generale uzbeco Dostum, massacratore di pashtun richiamato dal suo esilio turco (“per cure mediche”, dice il signore della guerra), una mossa che gli farà guadagnare qualche voto a nord, il dieci per cento addirittura secondo alcuni analisti, ma lo alienerà ancor più dai suoi. Il diretto rivale, il mezzo tagico Abdullah Abdullah, che forse riuscirà a trascinarlo al ballottaggio, non è messo meglio: ha provato a far valere il fatto di avere un padre pashtun, ha perfino azzardato qualche frase in un comizio a Kandahar. Con un disastroso effetto boomerang del tipo: vorrei sembrare uno dei vostri, ma sbaglio completamente l’accento. Ieri, nella capitale, è andata meglio: la calca era così entusiasta che ha fatto crollare una torre per le riprese tv. Ashraf Ghani, il terzo candidato, è un pashtun puro, ma ha lavorato alla Banca mondiale. E’ considerato irrimediabilmente americanizzato.
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