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Fini dica qualcosa sulla Ru486

La nuova laicità del presidente della Camera non può eludere il tema

L’introduzione in Italia della pillola abortiva, decisa da una commissione di tecnici sulla base, tra l’altro, dell’assunto infondato che si tratti di un farmaco, ha aperto una discussione nella quale troppe voci sono ancora assenti. In particolare sarebbe interessante sapere che opinione hanno gli ambienti culturali vicini al presidente della Camera, che si è fatto portavoce di un’ipotesi di “nuova laicità”, chiedendo una sorta di “disarmo ideologico” sulle materie eticamente sensibili. Gianfranco Fini si è sempre opposto all’aborto, e anche alla legge che lo regola, contro la quale ha partecipato alla campagna referendaria. Quello che è stato il suo portavoce, il ministro Andrea Ronchi, ha espresso sulle colonne di questo giornale la sua permanente netta contrarietà. Nel corso degli anni Fini ha mutato profondamente, e in molti casi lodevolmente, il suo orientamento, puntando ad assumere un ruolo di raccordo europeo tra tradizioni liberali come quella di Nicolas Sarkozy e cattoliche come quella di José Aznar. Ha espresso anche un apprezzamento non formale per l’ultima enciclica di Benedetto XVI e per la riproposizione della dignità della persona come metro della società e persino dell’economia. Peraltro nel suo impegnativo intervento al congresso di fondazione del Popolo della libertà ha definito come espressioni dello stato etico gli interventi legislativi sui temi etici.


L’interrogativo che la pillola abortiva pone alle coscienze non è una questione giuridica o legislativa, è una questione culturale e morale. La laicità, nuova o vecchia che sia, nasce da una considerazione altissima della responsabilità della persona, dalla quale sorge la sua libertà. Di questo rapporto inscindibile tra responsabilità e libertà Fini è stato sempre un fermo assertore. La liberalizzazione deresponsabilizzante dell’aborto, consentita e promossa dalla pillola abortiva, che supera e tradisce le precauzioni previste dalla legge 194, sembra andare in una direzione opposta. Naturalmente va rispettato il silenzio di Fini sull’argomento, se è il segno di una riflessione difficile che alla fine troverà una sintesi, meno se corrisponde soltanto all’imbarazzo di chi non vuole spiacere a nessuno. Su materie di questo genere, sulle quali si fonda il giudizio sulla capacità di sintesi e di coerenza culturale e ideale, chi aspira ad assumere una leadership non episodica difficilmente può restare indifferente.

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