Piange il calcio. Piange Mou. Morto Sir Bobby Robson, il suo maestro. E’ morto a 76 anni, dopo aver passato due decenni a combattere contro il cancro. E’ morto a casa, di fronte a Elsie, la moglie, amica di José e di Tami. Non si sa se andrà in Inghilterra a salutare l’amico che non c’è più. Ci sarà, comunque. C’è mezza Inghilterra già in fila: l’ultima volta l’hanno visto in diretta televisiva la settimana scorsa. Non era più lui. A Newcastle, sulla sedia a rotelle e quasi irriconoscibile, era a bordo campo per una partita di beneficenza fra vecchie glorie tedesche e inglesi dedicata proprio alla sua fondazione: in pratica le stesse squadre di quella semifinale di Torino 1990, quando lui era sulla panchina della Nazionale inglese. Stavolta al St. James’ Park ha vinto l’Inghilterra per tre a due, trascinata da un grande Gascoigne. Bobby lì, sul campo.
Perché il campo è il calcio: lo diceva, lo pensava. Quando si portò Mourinho a Barcellona come interprete gli insegnò che non esiste teoria che non debba essere spiegata in campo. Sopra, coi piedi sull’erba, con i tacchetti che affondano nella terra. Sorrideva, Robson. Uno che è stato giocatore, allenatore, manager e qualunque altra cosa il calcio abbia mai avuto. Centrocampista offensivo, così lo chiamavano. Al Fulham e al West Bromwich Albion, poi la panchina, prima ai Vancouver Royals della NASL americana e poi al Fulham, pera arrivare nel 1969 all’Ipswich, la sua creatura, una squadra unica perché da zero si prese la FA Cup nel 1978 e la Coppa Uefa 1980-81, due secondi posti nel massimo campionato e tanti giocatori da immagini in bianco e nero: Terry Butcher, John Wark, Paul Mariner, Arnold Muhren, Alan Brazil. La nazionale inglese, poi i soldi all’estero: PSV Eindhoven e lo Sporting Lisbona. Qui arriva Mou che adesso lo ricorda così: “Un uomo dalla straordinaria passione, che ha dato tanto a chi ha avuto la fortuna di percorrere un tratto di strada con lui”. Quanto ha imparato José? “Tanto”. Le lingue, il calcio, lo spogliatoio. Poi ha rivoluzionato tutto. Non Bobby. Si sentivano al telefono: “Non devo insegnarti più niente”. E Mou rideva. Oggi non più.
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