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L'Aifa dice sì alla pillola abortiva RU486 in Italia

Con quattro voti a favore e uno contrario l'Agenzia del farmaco introduce nel nostro paese la kill pill

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Il consiglio d'amministrazione dell'Aifa, Agenzia italiana del farmaco, ha dato l'ok ieri sera alla commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486, già disponibile in molti altri paesi, di cui 11 europei, e utilizzata nel nostro paese in via sperimentale in alcune strutture ospedaliere. Il via libera è stato a maggioranza, con quattro voti favorevoli e uno contrario fra i membri del Cda dell'Aifa. La Ru486 potrà essere utilizzata soltanto in ambito ospedaliero, secondo quanto prescrive la legge 194 per cui l'interruzione di gravidanza può essere fatta in Italia soltanto in ospedale o strutture convenzionate. Il componente del Cda Giovanni Bissoni, anche assessore alla Sanità dell'Emilia Romagna, ha precisato che "è stato raccomandato di utilizzare il farmaco entro il 49esimo giorno, cioè entro la settima settimana" in modo che gli eventuali effetti collaterali siano pari ai rischi derivanti dall'intervento chirurgico.

Durissima la posizione espressa subito dopo la decisione dell'Aifa da Luca Volontè dell'Udc, che ha parlato di pillola assassina. "Con la commercializzazione della pillola assassina trionfa la cultura della morte. Altro che 'estremamente sicura': la Ru486 non è un'aspirina per il mal di testa. Bene ha detto Monsignor Sgreccia: ricorrendo all'aborto chimico, donne e ragazze italiane che vogliono evitare una gravidanza indesiderata non faranno altro che uccidere di sicuro una vita umana mettendo in pericolo anche la propria". Così Volontè in una nota. "Mentre i decessi - ha proseguito il deputato - per l'assunzione della 'kill pill' sono accertate, le proprietà del farmaco restano ancora avvolte nel mistero. La mancata pubblicazione del dossier da parte della Exelgyn è un occultamento della verità scientifica che aggrava la totale mancanza di trasparenza nell`operazione messa a segno oggi. Chiediamo ora al governo - ha concluso - di intraprendere tutte le iniziative di sua competenza sia per garantire il rispetto della legge 194 che la più completa informazione possibile sulle conseguenze che la pillola assassina può provocare".

"La decisione dell'AIFA di registrare l'RU486 in Italia ci allinea con i paesi europei, recuperando un ritardo che ha penalizzato le donne italiane, precludendo loro una valida alternativa all'intervento chirurgico, peraltro riconosciuta sicura dall'OMS e praticata in Europa e negli USA secondo rigorosi protocolli prescritti dalla comunita' scientifica internazionale". L'Aied, l'Associazione italiana per l'educazione demografica, commenta cosi' la deliberazione del CdA dell'AIFA, sottolineando "la correttezza e l'equilibrio di un organismo scientifico che e' al di sopra delle parti e che ha preso una decisione con pieno senso di responsabilita' scientifica, in base ai dati oggettivi e alle valutazioni epidemiologiche oggi largamente a disposizione della comunita' medica internazionale, senza lasciarsi influenzare da fattori esterni e da pressioni ideologiche, che con la scienza nulla hanno a che fare".

"Il Consiglio di amministrazione dell'Aifa - si legge in un comunicato dell'Agenzia italiana del farmaco - ha deliberato l'autorizzazione all'immissione in commercio del farmaco mifepristone (Mifegyne). La decisione assunta conclude anche in Italia quell'iter registrativo di mutuo riconoscimento seguito dagli altri Paesi europei in cui il farmaco è già in commercio, interrompendone l'uso off-label". "Il Consiglio di Amministrazione ha ritenuto - prosegue la nota - di dover precisare, a garanzia e a tutela della salute della donna, che l'utilizzo del farmaco è subordinato al rigoroso rispetto della legge per l'interruzione volontaria della gravidanza (L. 194/78). In particolare deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall'art. 8 della Legge n.194, dal momento dell'assunzione del farmaco sino alla certezza dell'avvenuta interruzione della gravidanza escludendo la possibilità che si verifichino successivi effetti teratogeni. La stessa legge n.194 prevede inoltre una stretta sorveglianza da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi, nonché l'attento monitoraggio del percorso abortivo onde ridurre al minimo le reazioni avverse (emorragie, infezioni ed eventi fatali)". "Ulteriori valutazioni - va avanti il comunicato - sulla sicurezza del farmaco hanno indotto il CdA a limitare l'utilizzo del farmaco entro la settima settimana di gestazione anziché la nona come invece avviene in gran parte d'Europa. Tra la settima e la nona settimana, infatti, si registra il maggior numero di eventi avversi e il maggior ricorso all'integrazione con la metodica chirurgica". "Il Consiglio di Amministrazione - conclude la nota - si è avvalso anche dei pareri forniti dal Consiglio Superiore di Sanità e ha raccomandato ai medici la scrupolosa osservanza della legge. La decisione assunta dal CdA rispecchia il compito di tutela della salute del cittadino che deve essere posto al di sopra e al di là delle convinzioni personali di ognuno pur essendo tutte meritevoli di rispetto".

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