– Non adesso, Marguerite. Non vedi che sto lavorando? – Non è mai il momento, quando si tratta di Jane. – Come ti permetti di dire queste cose? Proprio tu che sai che mi ammazzo dal lavoro per quella bambina. – Suo padre non si sogna neanche di prenderla. Sono due anni che non risponde alle lettere. E anche se la vuole, lei non va in Virginia da uno sconosciuto. – Schiavista per giunta. Ma non vedo altre soluzioni. Non posso portarvi con me in Africa. – Me mi lasci fuori. Io voglio tornare in Normandia. – Potresti portarla con te in Normandia. Quando torno dall’Africa vengo a prendervi e torniamo a Londra tutte e tre.
Marguerite si oppose un po’ al progetto, tanto per non smentire il carattere polemico, ma stava per accettare la proposta che aveva già in mente di fare lei quando batterono alla porta. Mary riprese a scrivere. “I ranocchi che non possono accettare nessun grande passo avanti nella storia dell’Umanità che non provenga da loro ci accusano...” anche Marguerite era una ranocchia. Una ranocchia che l’aveva tolta dai pasticci tante volte, una ranocchia che non percepiva un salario da chissà quando. Mary cancellò ranocchi e scrisse francesi. – Madame – chiamò Marguerite dall’ingresso, dopo avere congedato a fatica i fattorini senza un soldo di mancia – venga a vedere. Mary posò sbuffando la penna nel calamaio e andò alla porta. C’erano due pacchi, uno enorme e uno più piccolo, avvolti in una tela con disegni di piccole montgolfiere. Dalla forma del pacco più grande Mary capì immediatamente di cosa si trattava. – Che cretino, – disse a voce alta. – Marguerite, aprili con cura. La tela vale più di quello che c’è dentro. Trova un posto per la maschera e vedi se riesci a vendere a qualcuno l’altro coso. – Che cos’è? – Una specie di strumento musicale, non mi ricordo più come si chiama, un orrore che un ragazzo italiano ha comperato all’asta per più di sessanta sterline. – Dio mio, di cosa è fatto? – Di legnaccio. Vedi se riesci a farti dare qualche scellino. Se no sbarazzatene. Oppure, no. Guarda se c’è un biglietto.
Mentre Marguerite disfaceva i pacchi Mary tornò a scrivere. “… di volere abolire la tratta per ostacolare lo sviluppo degli Stati Uniti di America a favore delle Compagnia delle Indie Orientali. Fondano la loro mostruosa accusa sul fatto che alcuni dei più eminenti e meritevoli difensori dell’abolizione siano casualmente anche grandi azionisti della Compagnia delle Indie Orientali”. C’è una ripetizione, rilevò Mary. Cancellò delle Indie Orientali, lasciando solo Compagnia. Rilesse. Non poteva scrivere la Compagnia senza nessuna specificazione. Le compagnie erano tante. Per esempio la Compagnia di Sierra Leone. Se scriveva solo Compagnia le dava troppo peso. Lasciò la ripetizione. Forse era meglio fare qualche nome, per mostrare che non c’era niente da nascondere. “Chi oserebbe mettere in dubbio l’assoluto interesse... ” Corresse. “... l’assoluto disinteresse in questa impresa di uomini eminenti come lord Russell, solo perché per compiacere il nostro Sovrano hanno acquistato azioni della Compagnia...” Esitò di nuovo. “... delle Indie Orientali”. Rilesse. Tranne l’inevitabile ripetizione era soddisfatta della sua prosa. Entrò Marguerite con il biglietto. – Che cretino. – Ripetè leggendolo Mary.
Prese dal cassetto la carta e scrisse: “Egregio signore, se le dicessi che il suo pensiero non mi ha fatto piacere mentirei. Credo però che non sia giusto che lei debba privarsi di un oggetto al quale tiene tanto e che ha conquistato a così caro prezzo. Non l’abbia a male se glielo rimando. Come pegno dell’ammirazione, le assicuro del tutto giustificata...” Corresse con ingiustificata. “che afferma di avere per me, mi permetto di conservare la maschera, che appartenendo a una società segreta femminile è forse più al suo posto nello studio di una signora emancipata...” Pensò di cancellare l’aggettivo. Lo lasciò. “... che in quello di un gentiluomo”. Meditò su come firmare. Rilesse il biglietto di Lorenzo. Era indirizzato a Mary Bancroft. Decise di firmare de Fontanay. Chiuse il biglietto, copiò l’indirizzo, fece colare la ceralacca e vi impresse con un sigillo l’immagine di una divinità femminile con la falce di luna sulla testa. – Rifà il pacco e fallo avere a questo indirizzo. – Con la stessa stoffa? E’ un peccato, è bellissima. Di seta. – Lo so. Ma è necessario. Mary si mise di nuovo a scrivere. Voleva finire in modo da consegnare l’articolo prima di sera. “I signori francesi hanno certo la scusante di conoscere poco e male la nostra lingua, se conoscessero l’inglese come noi abbiamo la fortuna di conoscere il francese, avrebbero potuto leggere i molti articoli, alcuni anche a firma della scrivente, pubblicati sull’argomento. Sarebbero quindi informati del valore altamente umanitario sia del progetto dell’abolizione della tratta in generale, sia del progetto della Associazione dei Poveri Neri e della Compagnia di Sierra Leone, associazioni senza alcun fine di lucro di cui chi scrive si onora di essere socia. Nessuno che non sia cieco o in malafede può negare che con la spedizione di Sierra Leone si ...”.
Batterono di nuovo alla porta. Mary aspettò inutilmente che Marguerite andasse ad aprire. Tornarono a battere. – Porca vacca – disse a mezza voce, alzandosi. Nell’atrio non c’era più il pacco. Marguerite era uscita a sbrigare la commissione e aveva dimenticato le chiavi. E i soldi, visto che non ne aveva chiesti. Mary aprì pronta ad aggredire la governante. – Buon giorno, disturbo? – Afzelius..? Cosa desidera – Mi scusi signora de Fontanay se vengo a importunarla, ma dovrei parlarle di qualcosa che mi turba da qualche giorno. – Afzelius, sia gentile. Non è il momento. Sto scrivendo un articolo a proposito di quello che ha detto ieri il francese. Devo finire per questa sera. – Era proprio di questo che volevo parlarle, signora de Fontanay. Mary Bancroft esitò un attimo. – Su, entri, ma mi prometta che non mi farà perdere molto tempo. Afzelius entrò, seguì la padrona di casa in studio e si sedette sul divano un po’ sfondato con il cilindro appoggiato sulle gambe che teneva strette in un atteggiamento femminile. – Afzelius, ha perso la parola? Si ricorda? Mi ha detto che mi doveva parlare. – Sì, ma non so da dove incominciare. – Che banalità, Afzelius. Cominci da dove vuole. Basta che non cominici dalla Chiesa Originaria Africana. – Non mi prenda in giro, signora – disse Afzelius con un tono mite. – Il problema è un altro. Riguarda la nostra colonia.
– Non mi pare che ci siano problemi, ormai. Abbiamo tutto, patenti, finanziamenti, i francesi possono pensare quello che vogliono, ma qui a Londra sono tutti favorevoli. Non perché condividano tutti i nostri ideali. Molti sono favorevoli perché gli togliamo dai piedi quei poveracci di neri. Londra è sempre stata piena di mendicanti, nessuno c’ha mai fatto caso, ma questi si vedono, hanno un altro colore. La gente è contenta se li portiamo via. – Non so più se non ci sono problemi. Dopo la morte di Smeathmann. – Non vedo come possa influire. Certo Smeathmann conosceva bene il posto, ma anche Equiano lo conosce. Quanto ai problemi organizzativi Hicks ha sostituito perfettamente Smeathmann. Certo lei sarà preoccupato perché Hicks non sa niente di insetti, ma mi creda non è un problema che riguarda la spedizione. Inoltre se posso dirgliela tutta Smeathmann costituiva un problema. In realtà voleva che i direttori della compagnia gli concedessero il diritto di avviare una sua piantagione con schiavi. – Come con schiavi? – Non li chiamava schiavi. Li chiamava lavoratori. Ma erano schiavi. Neanche comperati. Secondo lui quelli che avevano avuto una condanna qualsiasi per andare in Sierra Leone dovevano impegnarsi a lavorare per lui per cinque, anzi, per sette anni. Come gli schiavi bianchi, in Virginia e nella altre colonie. Quando le avevamo. – Allora è per questo... – Per questo cosa?
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