Roma. Ignazio Marino dice di essersi sentito offeso sin dal titolo, leggendo sul Foglio di ieri l’articolo che lo riguardava, “Quando Marino fu allontanato”. Secondo il senatore-chirurgo, nonché candidato alla segreteria del Partito democratico al congresso di ottobre, la questione è semplice: con la lettera pubblicata ieri su questo giornale (e riprodotta fotograficamente in questa pagina), il Medical Center dell’Università di Pittsburgh (Upmc) non intendeva “allontanarlo”, per la ragione che Marino di fatto si era già allontanato di sua iniziativa.
“In quel momento avevo già in tasca una lettera di intenti in cui la Jefferson University si impegnava ad assumermi come professore di Chirurgia e direttore del dipartimento trapianti di Philadelphia”, dice tirando fuori da un cassetto e mostrando il pre-contratto. Quanto al merito della lettera dell’Upmc, dove in particolare si contestavano a Marino note spese “deliberatamente e intenzionalmente” duplicate per un ammontare di ottomila dollari, secondo il senatore del Partito democratico si trattava semplicemente della “bozza di un documento che successivamente è stato completamente riscritto, e di cui posso mostrare la versione definitiva, l’unica valida, in cui non si fa più alcun cenno a quelle contestazioni”. E così dicendo mostra il documento (vedi articolo sopra).Il problema è che la prima lettera dell’Upmc, quella con le accuse sulle note spese, reca la firma di Ignazio Marino, proprio là dove dice: “La sua firma sulla linea sottostante indicherà l’accettazione di questi termini e la sua intenzione di essere legalmente vincolato a essi”.
Semplice leggerezza? “Ho ricevuto il fax, l’ho firmato e l’ho rimandato indietro, dopodiché ho chiamato i miei avvocati e ho lasciato che se ne occupassero loro, come hanno fatto, raggiungendo l’accordo definitivo di cui dicevo”. Quanto alle specifiche discrepanze segnalate dall’Upmc nei rimborsi, Marino non nega che possano esserci state. “Allora – spiega – io gestivo una spesa corrente per venti milioni di dollari annui, dal 1997, e come amministratore delegato dell’Ismett ero responsabile degli appalti per la costruzione di un nuovo ospedale per 102 miliardi di lire. Se in un momento di evidente tensione tra me e l’Upmc, dovuto al fatto che io avevo deciso di andare a lavorare altrove, una revisione della contabilità trova discrepanze per ottomila dollari, beh, che volete che vi dica…”.
A complicare le cose, come ricorda il senatore, c’era il fatto di trovarsi a Palermo, a capo del centro trapianti Ismett fondato assieme al colosso medico-universitario di Pittsburgh, e pertanto di avere a che fare, in sostanza, con due amministrazioni, l’una in Italia e l’altra in Pennsylvania. “In ogni caso – prosegue Marino, mostrando la copia di un documento – due mesi dopo quella prima lettera così dura ho ricevuto la comunicazione del fatto che i privilegi e benefit connessi alla mia posizione nell’Upmc mi venivano rinnovati per altri due anni”.Tutto questo, per il senatore-chirurgo, è però soltanto “l’epifenomeno” di una vicenda molto più complicata. “Dal ’99 al 2001, al centro di Palermo, avevo avuto carta bianca nella scelta dei miei collaboratori. Tutti i primi settanta-ottanta dipendenti dell’Ismett sono stati assunti con regolare bando pubblicato sulla stampa e dopo un semplice colloquio con me. Ricevo ancora lettere di infermieri che mi ringraziano e mi raccontano di come nessuno ci credesse, che si potesse essere assunti perché si era visto l’annuncio sul giornale e si era superato un normale colloquio”.
Una situazione idilliaca, a quanto pare, ma solo fino al 2001. “Nel 2001, quando alla presidenza della Regione Sicilia viene eletto Totò Cuffaro, la situazione cambia. E cominciano le pressioni, sia dalla politica sia dall’università”.In quel momento erano in corso le procedure per assegnare gli appalti per la costruzione di edifici e apparecchiature. “La prima gara la vince un’azienda – racconta Marino – che la prefettura mi dice essere di fatto controllata dalla mafia. Quindi devo annullare tutto e indire una nuova gara, e mi becco pure una denuncia dal consiglio di amministrazione di quella stessa società per danno patrimoniale. Ovviamente la cosa è finita nel nulla, ma è evidente che tutto questo mi distoglieva sempre più dal mio vero lavoro, dai trapianti. E anche per questo ho deciso di lasciare”.Resta comunque la soddisfazione, dice Marino, per i risultati raggiunti “in una sede, a Palermo, dove tutti i miei colleghi americani mi dicevano che era impossibile costruire un centro di eccellenza”, dove “ho potuto eseguire i primi trapianti di fegato nella storia della sanità siciliana”, dove “ho potuto eseguire un trapianto anche a un paziente sieropositivo, nonostante gli attacchi dell’allora ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, e la diffidenza di tutti coloro che ritenevano non fosse possibile”. Una storia che Marino rivendica con orgoglio, convinto che le accuse contenute nella prima lettera del Centro di Pittsburgh non abbiano alcun valore, non dimostrino nulla e pertanto non possano macchiare in alcun modo quell’esperienza. Tanto meno la sua corsa alla segreteria del Partito democratico.
Leggi: Quando Marino fu allontanato
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO