Si può fare meglio e si può fare di più, su questo nessun dubbio. Ma siamo sicuri che la moratoria di Letizia Moratti sull’alcol per i ragazzini milanesi meriti l’atteggiamento liquidatorio di chi la bolla come proibizionismo facile? Ovvero le obiezioni un po’ cervellotiche di chi, in omaggio al principio di responsabilità individuale, contesta la sanzione amministrativa prevista dal comune per i genitori di coloro che infrangano il divieto? Chi conosce bene la città di Milano, e il suo sindaco più bravo che amato dai colleghi di centrodestra, rintraccia a buon diritto un che di demagogico nell’iniziativa di Moratti. Ma forse il valore ultimo dell’operazione, se c’è, si proietta al di fuori della capitale lombarda e si misura dagli effetti che sta già producendo. Intra moenia si rivelerà tra non molto la qualità deterrente del divieto; extra moenia invece esiste già un processo imitativo in atto da parte di altre amministrazioni locali, processo che si combina con la legittima volontà di altri comuni più interessati a opporre la prevenzione alla repressione.
In ogni caso è un piccolo successo, poiché Moratti dimostra che l’intervento civico, quando c’è, deve fondarsi su principio minimo di pedagogia – se la parola non spaventasse le anime libere, diremmo perfino “etica” – e non può arrestarsi di fronte alla necessità di sorvegliare e punire. La parola decoro, negletta nei fatti e raramente evocata nel dibattito pubblico, non si addice soltanto alla pulizia dei muri o dei marciapiedi, si può scomodarla anche per trafiggere il cupio dissolvi educativo della famiglia contemporanea. Laddove questa si dimostra insufficiente a se stessa, lasciando che i suoi figli ultraminorenni si facciano possedere dalla mania alcolica senza alcuna controparte educativa esterna alla dimensione privata o a quella del volontariato, è bene che la comunità cittadina s’intesti un diritto di supplenza. In fondo non c’è molta differenza con l’obbligo nazionale a indossare il casco sulle due ruote: si può morire soli, ma non si è slegati da un’autorità condivisa.
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