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Il caso della “saggia donna latina” alla Corte Suprema

Per Sotomayor pochi ostacoli, ma sull’aborto e il resto gioca a nascondino

Dopo il quarto giorno di consultazioni da parte della commissione Giustizia al Senato, Sonia Sotomayor è avviata verso la nomina a giudice della Corte Suprema. La commissione vota martedì, ma la solida  maggioranza democratica (12 a 7) garantisce il passaggio al vaglio del Congresso. I repubblicani non faranno l’ostruzionismo invocato dalla base e il voto a Capitol Hill arriverà nei primi giorni di agosto, prima della pausa estiva. L’ultimo giorno è stato anche il più duro per i nervi di Sotomayor, che ha sfiorato le lacrime quando il senatore del Gop Lindsey Graham l’ha incalzata sulla questione razziale, chiedendole di pentirsi delle dichiarazioni secondo cui una “saggia donna latina” può prendere decisioni migliori di un uomo bianco.

Il giudice ha chiesto scusa e Graham ha concluso: “Allora potrei anche darle il mio voto”. Gli analisti del paese hanno scrutato in questi giorni ogni parola del giudice di origine portoricana che Barack Obama ha proposto per l’incarico. L’obiettivo delle consultazioni era alzare i tappeti della coscienza e vedere quanta polvere c’è sotto. Il dibattito si è infiammato attorno alle tre “R”: razza, religione e Roe vs. Wade (la sentenza che rende legale l’aborto). Sotomayor si è difesa dagli attacchi dei repubblicani combinando l’arte della reticenza a quella dell’evasione. A tutti i “cosa pensa di” ha ribattuto con altrettanti “la legge dice che”, riuscendo a disinnescare molte domande. Il senatore Tom Coburn ha prospettato la situazione di un feto malformato alla trentottesima settimana: “E’ legale interrompere la vita di questo bambino?”. “Non posso rispondere in astratto”, ha detto Sotomayor. “Crede che il secondo emendamento non permetta di portare armi?”, ha chiesto il senatore Jeff Sessions. “Non conosco i regolamenti di tutti e cinquanta gli stati”, ha detto Sotomayor. Sessions si è spazientito: “Le sto chiedendo la sua opinione”. Sotomayor algida: “Un giudice si limita alla legge”. Dopo tre giorni e mezzo anche i democratici, sostenitori di Sotomayor, si sono un po’ spazientiti. Nemmeno al senatore ed ex comico Al Franken è riuscito di spezzare la noia con un siparietto goliardico su Perry Mason. A diversi osservatori non è sfuggita però una certa distanza di pensiero rispetto ai dettami di Obama, teorico del venticinquesimo miglio; se la corsa processuale è su ventisei miglia, le prime venticinque vengono giudicate dalla legge, mentre nell’ultimo entra in scena la coscienza del giudice.

E’ la scuola dell’“empatia”, concetto base della filosofia obamiana che Sotomayor non sembra avere interiorizzato. Obama ha comunque le sue ragioni per essere felice. La scelta di Sotomayor, la latina con sguardo materno e inglese discutibile, piace agli ispanici, che propendono per il voto democratico ma non hanno ancora ottenuto una contropartita. E’ noto quanto Obama abbia a cuore la questione razziale; ieri ha tenuto un sentitissimo discorso per il centenario della Naacp, l’Associazione per l’emancipazione dei neri, e non vuole apparire da meno verso le altre comunità. Ma c’è un ultimo piccolo scoglio per Sotomayor: nonostante il curriculum ineccepibile, diverse sentenze promulgate in veste di giudice della Corte d’appello sono state ribaltate dalla Corte Suprema. L’ultima è quella di Frank Ricci, il pompiere di New Haven che insieme ad altri diciassette colleghi è stato discriminato sul lavoro perché bianco. Ieri la commissione ha ascoltato la testimonianza di Ricci, voluta dai repubblicani con intenti minatori degradati infine a semplice moral suasion.

di Mattia Ferraresi

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