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Lancemania. Come nasce un eroe

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Dal Foglio del 6 luglio 2005

Ieri, alle 15 e 52, Lance Armstrong ha mangiato una barretta di qualcosa e ha bevuto dalla borraccia con lo spigolo destro della bocca, seduto spavaldo sulla canna della bici, quattro minuti prima di partire per la crono a squadre. Il “boss” ha fatto il “ciuciarue”, “succhiaruote” in piemontese. Di solito lo fanno gli scarsi o i furbi, che per risparmiare energia mandano a tagliare il vento, “tirare”, il corridore davanti. Contro il tempo a 57 all’ora lo fanno tutti: in cima al team, al “treno”, ci va uno alla volta per non più di 40 secondi. Gli altri dietro, distanti pochi centimetri, a volte un foglio di giornale, dal tubolare altrui, un po’ alla sinistra del compagno da inseguire se l’aria arriva da destra o viceversa. Basta una pedalata stonata per cadere e male: è successo verso Blois al capoclassifica, l’altro americano David Zabriskie. Il texano invece non ha smesso il suo stile rude. La bici non la calza, non la lusinga, non la stuzzica, non la inforca, la monta: il corpone poco aggraziato prende il manubrio per le corna coi mignoli un po’ sollevati. Segno di precisione o vezzo simile a quello di chi così beve il tè? Inelegante. Come percorrere mezzo milione di km in una carriera e indossare più di 60 volte una maglia dello stesso colore: giallo. Come ieri, per un soffio, molti meriti e una caduta.

Leggi Lancemania del 7 luglio 2005

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