Ieri l’articolo da leggere su Rep. era quello di Vittorio Zucconi. “Il guerriero Obama”. Argomento: l’offensiva americana in Afghanistan. I marine lanciati all’attacco. L’unità più numerosa e formidabile. Gli ordini della Casa Bianca sono tassativi. Strappare ai Taliban una valle di importanza strategica. Il nuovo comandante supremo Barack Obama. Spostare gli stivali americani dalle sabbie della Mesopotamia alle nevi di Kandahar per colpire il nemico. Zucconi non si risparmia e pesta sfrenatamente sul registro marziale, pur di celebrare “il primo D-Day di Obama”.
Però, però, tranquilli. “Per la sua storia biologica, per il suo modus operandi, per la sua personalità” Obama non è come “Bush il Texano”. Il giornalista di Rep. prevede per vie misteriose che questa offensiva non farà morti, è tutta una messinscena appunto “dal sapore molto obamiano” per fare capire al mondo che lui sa fare il duro. Non fatevi ingannare da quattromilacinquecento marine sbarcati dagli elicotteri e aiutati dai bombardieri: “E’ una mossa da giocatore di scacchi, non un’offensiva all’ultimo sangue”.
L’ideologia come rappresentazione truffaldina del mondo funziona così. Obama è semplicemente troppo bello per essere vero, è l’emozione che non si può interrompere. Non può nuocere: al massimo si atteggia. Anche se bombarda il Pakistan ogni settimana. Anche se ordina la più vasta offensiva di terra dai tempi del Vietnam. Anche se comandasse ai marine di espugnare con gli elicotteri la scrivania di Zucconi.
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