Rutelli sembra ultimativo, ma vuole prima sgombrare il campo dal sospetto di una sua possibile fuoriuscita dal Pd. E lo dirà chiaro. Il progetto è ancora valido – pensa – ma va rilanciato secondo una linea precisa che passa dalle nuove alleanze. Con l’Udc di Pier Ferdinando Casini? Forse. Ma non è il momento di fare nomi, bastano le idee. La vittoria di Obama in America e il nuovo corso dei democrat statunitensi – questa l’analisi rutelliana – “sottolinea ancora l’opportunità e il valore” del nuovo inizio democratico in Italia ma non offre alcuna “rendita di posizione”. Il Pd sarebbe, insomma, secondo Rutelli, di fronte a “un bivio”, tra un partito “che si accomodi ad essere per lungo tempo minoranza”, e un partito “che si batte per formare un’alleanza credibile ed essere maggioranza”.
E’ insomma “l’alleanza credibile” a rappresentare la prima via di rilancio del partito che, secondo l’ex sindaco di Roma, deve puntare su alcuni, precisi, punti programmatici culturali che hanno come obiettivo ultimo le grandi riforme strategiche. “Compito dei democratici – dice Rutelli – è costruire il consenso delle vaste forze sociali che trarrebbero vantaggio dalle riforme, a partire dal nord del paese”. Ovvero: sostenere la detassazione del lavoro subordinato, appoggiare un federalismo temperato che salvaguardi la solidarietà nazionale, sostenere una via all’integrazione degli immigrati “non fondata sul multiculturalismo”, prendere di petto il tema della sicurezza e, infine, proporre al paese un nuovo “umanesimo laico” che superi “gli errori degli ultimi anni” e le contrapposizioni “aspre e inconcludenti” tra laici e cattolici intorno agli spazi di confine tra scienza ed etica. Si tratta di fare concorrenza, sul serio, al centrodestra.
Un piano ideale, quello di Rutelli, che non può dispiacere all’area nordista del Partito democratico (Rutelli cita Massimo Cacciari) e che, contemporaneamente, vibra di sensibilità riformista. “Tocca allo stato garantire nuove visioni, generazioni e gestioni di programmi di sviluppo” – dice Rutelli – ma “è matura” una riforma per l’efficienza del sistema istituzionale che si affermi intorno a un federalismo “coerente con l’idea di Carlo Cattaneo”. Un federalismo che sia imperniato sui comuni: “Dai comuni gli italiani si aspettano l’esempio del buon servizio pubblico – sostiene il leader di Liberi democratici – e l’emergere di una nuova classe dirigente”. Parole che piacerebbero, ma chissà, a giovani sindaci quali il fiorentino Matteo Renzi.
Il progetto di Francesco Rutelli sembra in sostanza guardare molto ai sindaci democratici – specie quelli del centro-nord che hanno teorizzato e messo in pratica nuove formule sulla sicurezza urbana talvolta apparentemente mutuate dalla cifra leghista – anche nella critica al multiculturalismo e nella teorizzazione di nuove politiche per la sicurezza. “L’italiano medio conosce i benefici dell’immigrazione e la dignità dell’integrazione – spiega Rutelli – Ma dobbiamo comprendere l’astrattezza sbagliata del multiculturalismo e la saggezza dell’interculturalismo”. “Secondo alcuni, a sinistra, è sbagliato prendere di petto le politiche per la sicurezza. I sindaci che le promuovono sarebbero degli sceriffi. Inutile immaginare di conquistare la maggioranza – scrive Rutelli – senza chiare azioni contro la criminalità e per la certezza della pena”. Azioni che Rutelli fa passare anche dal “difendere l’efficienza e l’autonomia e non la politicizzazione della magistratura”.
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