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Bravo sindaco, le classi d'età esistono soltanto sul fronte di guerra

Il fatto che Matteo Renzi affermi di non sentirsi il “portavoce del gruppo di giovani del Pd, che non so neppure se esiste né se si strutturerà” depone per lo meno a favore della sua intelligenza strategica. Le così dette classi d’età valgono, anzi valevano, soltanto in guerra, lì dove la coscrizione obbligatoria livella verso l’alto e fa della gioventù un corpo unitario in armi. In politica l’esperienza dovrebbe insegnare che “la mia generazione” esiste soltanto nell’omonimo libro impolitico ed estetizzante di Giampiero Mughini, cioè ex post, a cose fatte e come censimento reducistico di sfere d’appartenenza parziali (un sogno rivoluzionario, una fidanzata, un lutto o una sedia Red and Blue di puro De Stijl).

Il giovanilismo come categoria politologica somiglia più a una sindrome da rachitismo intellettuale ben mascherato che non a una cosa seria. Malgrado il fascino di certi slogan ormai consunti – tipo “tutto il potere alla gioventù” – non si riscontra in alcun ciclo politico un Io collettivo fondato sull’anagrafe paragonabile, per esempio, alla vecchia e maltrattata coscienza di classe o alla nuova e sensazionale coscienza di genere. Quando una banda di giovani si presenta sulla scena con pretese di trasversalismo ideale (se non più ideologico), di regola non rappresenta altro che la somma algebrica di singole individualità nell’atto legittimo di autopromuoversi. Ma per questo dovrebbe bastare, appunto, l’anagrafe e il fatto che in Italia le ragioni della carta d’identità vengano spesso subordinate al potere di resistenza di ceti oligarchici senescenti non cambia la sostanza del discorso: quando i giovani dovessero ribellarsi in blocco contro i vecchi questo accadrà, come a suo tempo preconizzò il professor Mario Monti, per motivi esclusivamente economici legati al sistema previdenziale.

Il che, con tutta la buona volontà, non autorizza a credere che un branco di trenta-quarantenni abbia qualche titolo in più per rivendicare un vantaggio nella contendibilità di una leadership come quella del Partito democratico o di qualunque altro partito. E infatti, nel Pd, il poco credibile fronte giovanile si sta sparpagliando a seconda delle più sincere sensibilità e convenienze personali: una Serracchiani di là, un suo coetaneo dall’altra parte. A dimostrazione che a volte la realtà guarisce anche la sindrome dei pantaloni corti al potere, in attesa che la dea resipiscenza si preoccupi di contenere i danni grotteschi già provocati dalle quote rosa.

di Alessandro Giuli

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