Ripubblichiamo l’appello di Bernard-Henri Lévy, Claude Lanzmann e Elie Wiesel, pubblicato dal Monde il 22 maggio 2009, imbracciato e rilanciato qui dal Foglio, con adesioni di personalità del mondo ebraico italiano e della cultura.
Chi ha dichiarato, nell’aprile 2001, che “Israele non ha mai contribuito alla civilizzazione, in nessun’epoca, perché non ha mai fatto altro che appropriarsi del bene altrui”? E chi ha ricominciato, quasi due mesi dopo, asserendo che “la cultura israeliana è una cultura inumana; è una cultura aggressiva, razzista, pretenziosa, che si basa su un principio semplicissimo: rubare quello che non le appartiene per poi pretendere di impadronirsene”? Chi ha dichiarato, nel 1977, ripetendolo in seguito su tutti i toni, di essere “nemico accanito” di qualsiasi tentativo di normalizzazione dei rapporti del proprio paese con Israele? O ancora recentemente, nel 2008, chi ha risposto a un deputato del Parlamento egiziano, preoccupato del fatto che potessero essere introdotti libri israeliani nella Biblioteca d’Alessandria: “Bruciamo questi libri; magari li brucerò io stesso davanti a voi”? Chi, nel 2001, sul quotidiano egiziano Ruz-al-Yusuf, ha detto che Israele era “aiutato”, nei suoi oscuri maneggi, dall’“infiltrazione degli ebrei nei mass media internazionali” e dalla loro diabolica abilità a “diffondere menzogne”? A chi dobbiamo queste dichiarazioni insensate, questo florilegio dell’odio, della stupidità, del cospirazionismo più sfrenato? A Farouk Hosny, ministro della Cultura egiziano da più di 15 anni e, di sicuro, prossimo direttore generale dell’Unesco se, entro il 30 maggio, data di chiusura delle candidature, non si farà nulla per fermare la sua marcia apparentemente irresistibile verso una delle cariche di responsabilità culturale più importanti del Pianeta. Peggio ancora: quelle appena citate sono soltanto alcune – e non le più nauseabonde – fra le innumerevoli dichiarazioni dello stesso tenore che costellano la carriera del signor Farouk Hosny da una quindicina d’anni e che, di conseguenza, lo precedono quando aspira, come oggi, a un ruolo culturale federatore. L’evidenza è dunque questa: il signor Farouk Hosny non è degno di tale ruolo; il signor Farouk Hosny è il contrario di quello che è un uomo di pace, di dialogo e di cultura; il signor Farouk Hosny è un uomo pericoloso, un incendiario dei cuori e degli spiriti; resta solo poco, pochissimo tempo per evitare di commettere il grave errore di elevarlo a uno dei più eminenti incarichi. Invitiamo quindi la comunità internazionale a risparmiarsi la vergogna che rappresenterebbe la nomina di Farouk Hosny, già data come quasi acquisita dall’interessato, a direttore generale dell’Unesco. Invitiamo tutti i paesi che amano la libertà e la cultura a prendere le iniziative che s’impongono per scongiurare tale minaccia ed evitare all’Unesco il naufragio che questa nomina costituirebbe. Invitiamo il presidente egiziano, in omaggio al suo compatriota Naguib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura, che in questi giorni si starà rivoltando nella tomba, in omaggio al suo paese e all’alta civiltà di cui è l’erede, a prendere coscienza della situazione, a sconfessare con la massima urgenza il suo ministro e comunque a ritirarne la candidatura.
Certo, l’Unesco ha commesso altri sbagli in passato, ma questo sarebbe un insulto così enorme, così odioso, così incomprensibile; sarebbe una provocazione così manifestamente contraria ai propri ideali che non riuscirebbe a risollevarsi. Non c’è un minuto da perdere per impedire che l’irreparabile si compia. Bisogna, senza indugio, fare appello alla coscienza di ognuno per evitare che l’Unesco cada nelle mani di un uomo che, quando sente la parola cultura, risponde con l’autodafé.
Sollecitati dal Foglio, hanno aderito all’appello: Renzo Gattegna, presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane; Emanuele Fiano, deputato Pd; Riccardo Pacifici, presidente Comunità ebraica di Roma; Fiamma Nirenstein, deputata Pdl; Giorgio Israel, docente di Matematica Università La Sapienza di Roma; Guido Guastalla, assessore alla Cultura comunità ebraica di Livorno; Ugo Volli, docente di Semiotica Università di Torino.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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