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Scoopisti senza pudore

Non soltanto Casoria. Così la mafia e il buon senso hanno preso a ceffoni il segugio di Rep. che oggi provoca il Cav. ma ha già perso mezza faccia sul caso Carnevale e l’altra metà, adesso, con la perizia sul caso Rostagno

Se varchi la soglia di Largo Fochetti e pronunci quei due nomi, i giovani cronisti quasi fanno la riverenza: tutti giù per terra. Giuseppe D’Avanzo e Attilio Bolzoni sono considerati due maestri dello scoop, due cani da caccia, due cavalli di razza. Soprattutto di questi tempi, quando il principale sforzo di Repubblica sembra essere quello di dimostrare che il giornalismo d’inchiesta è vivo e vegeto e che scavando tra i vicoli e le pozzanghere di Casoria, lì dove è stato celebrato il diciottesimo compleanno di Noemi, si possono trovare tutti i chiodi necessari per crocifiggere e sputtanare Silvio Berlusconi. Per D’Avanzo, poi, non c’è aureola che basti. Se mai fosse possibile, i ragazzi della cronaca lo porterebbero a spalla, fino agli onori degli altari. E’ stato lui che ha confezionato le dieci domande che il giornale ripropone ogni santo giorno, come per sollecitare risposte che non arrivano. E’ lui che ha consentito la messa in moto di una campagna di stampa che riecheggia da quasi un mese sulle testate di mezzo mondo: dal Times al Financial Times, dal Guardian all’Independent, da El País a Le Monde. Certo, il principe dei segugi avrebbe potuto anche fare l’undicesima domanda, quella decisiva: Cavaliere, lei è andato o no a letto con la minorenne Noemi? Ma sarebbe stato un azzardo perché, una volta smontata quella magari con un semplice no, le altre dieci non avrebbero avuto più senso in quanto toccano la sfera di comportamenti che nulla hanno a che vedere né con il reato né con lo scandalo, né con le scelleratezze.

Le domande sulle mie questioni personali non mi turbano perché ho subito pronte le bugie”, rispondeva una star di Hollywood ai giornalisti pettegoli che la perseguitavano. Ma D’Avanzo, oltre che segugio, è anche una vecchia volpe: il discorso che allude è sempre preferibile al discorso che accusa. Un’intervista all’ex fidanzato o alla zia di Noemi fa più brodo di quanto non ne faccia la solita carrettata di carte giudiziarie, rimediata dal solito Marco Travaglio. Quello è giornalismo da questura. D’Avanzo e Bolzoni invece, per lo sfizio dei propri lettori, vanno sul campo, trovano i fatti e parlano con i protagonisti dei fatti. Chi avrà mai il coraggio di rovinare questo loro momento magico? Sarà pure una maledizione, ma a rovinare le feste purtroppo ci pensa sempre la mafia. O, meglio, i magistrati che si occupano di mafia. Il primo schiaffo i due eroi lo ricevettero cinque anni fa. Avevano  scritto a quattro mani un libro all’arsenico contro Corrado Carnevale, il presidente di Cassazione messo sotto inchiesta, per concorso esterno, da Giancarlo Caselli. Alla fine della giostra però Carnevale fu assolto con formula piena e il libro dei due maratoneti dello scoop – “La giustizia è Cosa nostra” – è rimasto lì, nell’albo d’oro della Mondadori, come luminoso esempio di ciarpame giornalistico.

La settimana scorsa, ecco il secondo schiaffo. Così sonoro che ancora rimbomba. Due valenti procuratori palermitani, Antonio Ingroia e Gaetano Paci, hanno accertato, in base a una incontrovertibile perizia balistica, che Mauro Rostagno – anche lui al centro di un libro scritto da D’Avanzo e Bolzoni – fu assassinato, ventun anni fa in quel di Trapani, dalla mafia. Per l’esattezza, da un boss chiamato Vincenzo Virga e da un killer che risponde al nome di Vito Mazzara. La perizia, affidata al capo della Squadra mobile, Giuseppe Linares, prova che il 26 settembre del 1988 non sparò un fucilaccio maneggiato da balordi, ma un’arma efficiente. Il confronto con l’archivio dei proiettili custoditi dai carabinieri mostra che la stessa arma fu impiegata prima e dopo in altri omicidi di mafia. L’inchiesta di Ingroia dimostra anche perché le famiglie trapanesi decisero di uccidere Rostagno: il sociologo, ex di Lotta continua, rovistava dal pulpito di una tv privata nel reliquiario delle loro nefandezze e questo i boss non potevano sopportarlo. Da qui l’agguato.

Come succede quasi sempre nelle tragedie di mafia, al delitto seguirono mesi ed anni di mistero, di piste, contropiste, sospetti, illazioni. Fino al colpo di scena. O di teatro. Nel 1996 Gianfranco Garofalo, un procuratore che tenacemente aveva voluto non credere all’omicidio mafioso, firmò un ordine di cattura contro Chicca Roveri, compagna di Mauro, contro Francesco Cardella e contro una decina di ospiti di Saman, una vecchia masseria, al confine tra Trapani e Palermo, che Cardella aveva trasformato in una comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Rostagno, secondo la tesi di Garofalo, era stato assassinato, con la complicità di Chicca, dai suoi ex amici di Lotta continua per impedire che lui potesse fare clamorose rivelazioni al processo contro Adriano Sofri e i presunti assassini del commissario Calabresi.

Una balla, com’è stato dimostrato, che costò alla Roveri e agli altri sventurati un mese e passa di galera. Un’infamia sulla quale D’Avanzo e Bolzoni costruirono a tamburo battente un instant book il cui titolo, ancora in catalogo da Mondadori, finiva per incoronare Garofalo e le scempiaggini contenute nella sua inchiesta: “Rostagno, un delitto in famiglia”. Altro che segugi dal passo felpato. I due eroi di Repubblica azzannarono Chicca e Francesco Cardella, fuggito nel frattempo in Nicaragua, e quelli di Saman con artigli degni della migliore savana. Anche se, come si usa a Casoria, diedero subito la parola non a una zia, ma a una sorella: a Carla per l’appunto, la sorella di Rostagno. Leggete l’introduzione di D’Avanzo, a pagina 14: “Carla disse soltanto: ‘Se avete voglia, potete cercare chi visse vicino a lui in quei mesi. Potete ascoltare con le vostre orecchie, capire da soli. Io non so chi l’ha ucciso e perché. Non ho pregiudizi. Può essere stata la mafia, può essere stato qualcuno di Lc perché no? può essere stato qualcuno di Saman. Io so che l’hanno ucciso per quel che è avvenuto dentro la comunità in quegli ultimi novanta giorni’.  Partii – continua D’Avanzo – con la convinzione che dovevamo occuparcene. E Attilio fu d’accordo. Ci pensammo su qualche giorno, poi stendemmo una lista di nomi e un elenco di persone da contattare. Ci incuriosiva  soprattutto Cardella, la sua fortuna accumulata senza fatica tutta in una volta, i suoi oscuri traffici e le discusse amicizie, il narcisismo arrogante. Cominciammo così dai suoi amici, da chi lo aveva visto crescere, diventare ricco e spregiudicato”.  Ma sì, anche il “narcisismo arrogante” è un indizio da trasformare in una prova, in un capo d’accusa. Il giornalismo d’inchiesta di Giuseppe e Attilio non conosce confini. E nemmeno età. Da Trapani a Casoria.

Leggi Vi ricordate di Mauro Rostagno? Ve lo ricordate vivo? Vi ricordate che morì ammazzato? di Adriano Sofri

di Giuseppe Sottile

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